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«Per proteggere le vittime dobbiamo formare magistrati e forze dell’ordine»

Ilaria Bonuccelli

Parla Valente, presidente della commissione sui femminicidi Presto nuove leggi su stupro e molestie sessuali sul lavoro 

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L’intervista

Ilaria Bonuccelli

A Pistoia – l’ordinanza è di agosto 2017 – un magistrato nega l’arresto di un uomo violento. Già condannato (e incarcerato) per maltrattamenti due volte. Ha appena minacciato di ficcare un coltello in pancia alla ex convivente. Il magistrato, però, pensa che basti un divieto di avvicinamento a proteggerla. Distanza di sicurezza imposta: tre metri. La senatrice Valeria Valente, presidente della commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, prende un impegno a tre giorni della mattanza di agosto: tre donne assassinate dai compagni in 24 ore. Anzi ne prende due. Il primo: battersi per una legge che garantisca una maggiore protezione alle vittime di violenza, prima che vengano aggredite e magari uccise. Come? Prevedendo un fermo di polizia per i violenti che non rispettino i divieti di avvicinamento, anche quando non trovati in flagranza di reato. Il secondo impegno a nome di tutta la commissione che rappresenta: battersi perché fatti come quello di Pistoia non avvengano più. Perché non ci siano più errori di valutazione del rischio che una vittima corre. Come? Investendo nella formazione di «tutti gli operatori della filiera che si occupa di violenza», dalle forze dell’ordine ai magistrati. Perché solo chi è in grado di leggere il fenomeno sa prendere decisioni adeguate.

Senatrice Valente, spesso le donne vittime di violenza subiscono aggressioni, anche mortali, perché le denunce sono sottovalutate o ignorate. O perché non le donne vengono protette in maniera adeguata, malgrado la Convenzione di Istanbul obblighi lo Stato a prevenire la violenza. Perché nessuno in Italia risponde dell’errata valutazione del rischio?

«Nella stragrande maggioranza dei casi, come Stato nelle sue diverse articolazioni, non abbiamo ancora investito a sufficienza nella formazione e quindi è difficile ottenere risposte adeguate dagli operatori. Dobbiamo innanzitutto stanziare risorse per mezzi, strumenti e formazione per chi si occupa di violenza e poi, solo dopo, potremo chiedere conto di quanto eventualmente sottovalutato o non interpretato in modo più adeguato. Personalmente, non ho votato a favore del Codice Rosso (norma sul contrasto alla violenza di genere, ndr), perché in quella legge, che pure aveva intuizioni giuste, si poneva il tema della formazione degli operatori, ma era un provvedimento a costo zero. La formazione a costo zero non è possibile».

Cosa intende per formazione?

«In una delle ultime indagini della commissione, abbiano focalizzato l’attenzione sulla disparità profonda che esiste oggi nell’organizzazione degli uffici giudiziari, nella specializzazione e nella formazione degli operatori e dei magistrati nel settore civile e in quello penale. Nel penale le procure sono molto più avanti, hanno sezioni dedicate e specializzate sulla violenza di genere, anche se ci sono differenze fra piccoli e grandi centri. Nei grandi centri ci sono sezioni specializzate, nei piccoli centri no e questo è già un problema. Ma il tema è che nel civile siamo ancora molto, molto indietro».

Perché è un problema che la giustizia civile sia “arretrata” nella formazione dei magistrati sulla violenza di genere?

« Perché molte forme di violenza – psicologica, economica, anche sessuale – ancora non vengono denunciate. Quindi non si arriva al processo penale. Invece nel corso di processi civili, per esempio di separazione, potrebbero emergere. Ma noi non siamo attrezzati. Con l’indagine della commissione abbiamo rilevato che molti operatori del sistema giudiziario, giudici, avvocati, consulenti coinvolti in un divorzio fanno fatica a leggere e anche a verbalizzare la violenza».

Come fate a dirlo?

«Ad esempio nel procedimento civile si parla quasi sempre di conflitto fra uomo e donna e quasi mai di violenza, ma noi sappiamo che il conflitto matura e si sviluppa tra soggetti pari, mentre la violenza cresce e alberga tra soggetti che hanno posizioni sociali, economiche impari. Ma se non siamo attrezzati per riconoscerla, non possiamo verbalizzarla. Quindi nel processo civile il concetto di “violenza” fa fatica a emergere, la violenza viene derubricata a conflitto e dunque anche le migliori leggi varate per affrontarla non possono essere applicate. A partire dalla Convenzione di Istanbul che è legge dello Stato. Ma come Grevio ci ha ricordato (Grevio è una commissione indipendente dell’Unione europea che valuta l’andamento al contrasto alla violenza nei vari Paesi) resta una legge in gran parte inattuata. Una parte è proprio quella della formazione e specializzazione degli operatori, che non sono la stessa cosa».

Qual è la differenza?

«Per formazione intendiamo la capacità “culturale” di capire e leggere la violenza contro le donne come fenomeno. La specializzazione, che chiederemmo a tutti gli operatori della filiera, è la conoscenza di tutte le norme a nostra disposizione per trattare la materia. Dagli anni Ottanta l’Italia si è dotata di tante norme. Perciò abbiamo l’obiettivo di “riordinarlo” come commissione parlamentare di inchiesta».

Che significa riordinare l’impianto delle leggi contro la violenza?

«Entro fine legislatura vorremmo proporre un disegno di legge delega per creare un Testo unico sulla violenza contro le donne. Chiederemo al governo di definire un testo che raccolga le norme varate in materia di violenza contro le donne, come è stato fatto in Spagna nel 2004: lì i risultati sono stati incoraggianti».

E non modificherebbe niente?

«Non dico che l’impianto normativo italiano sia perfetto, ma non ha molto da invidiare a quello di altri Paesi europei. In questo momento, investirei meno energia sul cambiamento delle norme e dedicherei molta più attenzione a interpretare, utilizzare e applicare le norme che ci sono nel modo migliore possibile».

Però qualche lacuna esiste. La Convenzione di Istanbul prevede che il rapporto sessuale senza consenso sia classificato come stupro. In Italia, invece, lo stupro è collegato a «violenza, minaccia, inganno, o abuso di autorità». Amnesty International sta portando avanti una campagna in Europa per far modificare la normativa.

«Condivido la campagna di Amnesty. E come senatrice non escludo di presentare un disegno di legge che vada in questa direzione. Come commissione parlamentare di inchiesta, abbiamo condotto uno studio comparato sulle legislazioni in tema di violenza nei principali Paesi del mondo. C’è una parte proprio su come viene trattata la violenza sessuale: in molti Paesi deve essere richiesto “esplicito consenso”. Dopo questo studio, non escludo che anche l’Italia possa essere utile una modifica. Ma non è l’unica».

Quali sono le altre?

«Abbiamo una lacuna sulle molestie sessuali sui luoghi di lavoro e in generale le molestie sessuali, contestate quale reato solo se c’è un contatto fisico; altrimenti si fanno rientrare nello stalking (se si presentino come reato continuato) o come mobbing (ma devono avere caratteristiche particolari). I comportamenti che infastidiscono e mettono a disagio senza contatto non costituiscono reato specifico. Sono una sfera grigia che vogliamo definire: sono già firmataria di un disegno di legge, sottoscritto da tutta la maggioranza che sosteneva il governo Conte II. Prevede l’istituzione del reato specifico, con l’aggravante qualora si verifichino in un rapporto di lavoro (specie dove c’è subordinazione) o anche nei rapporti di studio o ovunque ci sia un rapporto di “subordinazione” in senso lato (ad esempio anche nei confronti di un fisioterapista)».

E per prevenire o migliorare le forme di protezione delle vittime di violenza? Questo è uno dei punti deboli della “filiera” della violenza.

«Alla Camera, in sede di riforma del processo penale, è stato approvato un emendamento alla norma sulla violazione del divieto di avvicinamento: è stata introdotta la possibilità di arresto in flagranza per il maltrattante. Ma abbiamo pure presentato un disegno di legge che prevede il fermo (in caso di violazione del divieto di avvicinamento) anche in assenza di flagranza. Per capirci: molto spesso, una donna vede il maltrattante che viola il divieto, ma quando arriva la polizia lui se n’è già andato. Noi dovremo prevedere la possibilità per la polizia di sottoporre a fermo per 48 ore il maltrattante che abbia violato il divieto di avvicinamento, per avere il tempo di valutare la sua pericolosità e per mettere la donna nelle condizioni di trovare una soluzione. Un altro passo avanti, a mio avviso, sul nostro impianto legislativo che ancora 40 anni fa prevedeva il delitto d’onore. E appena 25 anni fa prevedeva lo stupro come reato contro la morale e non contro la persona». —

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