«Meno schemi fissi, più vocazione e mettersi alla prova»
Giovanna Morini: «Non solo trasmettere contenuti Valorizziamo la componente educativa e relazionale»
Davide Berti
Giovanna Morini è la referente dei presidi della provincia e dirige il liceo classico e linguistico Muratori San Carlo. Anche a lei, come al collega Daniele Barca, abbiamo chiesto di aprire il dibattito su una nuova idea di scuola.
Si riparte. Dopo due anni i problemi sono ancora trasporti e spazi: non pensa che la scuola abbia perso un’occasione per parlare di altro?
«Il problema degli spazi e dei trasporti è un problema di contingenza che la crisi ha messo in evidenza. Ma la stessa crisi ha creato uno spazio di distinzione tra ciò che conta e ciò che non conta. Temi sottovalutati in passato sono così diventati centrali, la scuola stessa è tornata fortunatamente al centro del dibattito e della vita civile. Gli spazi di insegnamento sono centrali e non secondari anche nell’approccio didattico e pedagogico: di questo, ad esempio, si è parlato e gli insegnanti, in quota rilevante, hanno avvertito che il tema è centrale. La riflessione c’è stata ed è in atto, perché come ha detto il Papa “peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla».
Ci si è concentrati sulla dad, demonizzandola più di quanto necessario. Ma davvero prima della dad gli studenti avevano rendimenti più alti?
«La dad è stata in parte demonizzata. Io parto dai dati. Abbiamo confrontato l’anno scolastico 2018/2019, l’ultimo tradizionale, con quest’anno: in percentuale abbiamo toccato in entrambi i casi l’1,8 per cento di non ammessi e tra l’11 e il 12 per cento di giudizi sospesi. Ma se parliamo di scuola dobbiamo mettere al centro la relazione educativa nell’apprendimento, che è un qualcosa che va tenuto vivo ogni giorno. E allora, per questo, un po’ la benedico la dad che ha permesso comunque un contatto e ha imposto, anche ai ragazzi, un metodo di lavoro che ha portato ad altre conoscenze e competenze, come quelle tecnologiche, che alla fine sono state introdotte in modo quasi naturale».
Eliminiamo dad, distanziamento, trasporti. Quali parole vorrebbe nel dibattito sulla scuola?
«Un’espressione che mi piace utilizzare è quella di una scuola che porti competenze per vivere bene e meglio, che porti ad una formazione integrata tra testa, cuore e mani. Ci siamo accorti che nel confinamento della pandemia il fare ha salvato la testa. Se poi ci metti anche il cuore... Uso anche un’altra parola, probazione. Per i ragazzi non solo formazione, ma un mettersi alla prova in contesti, luoghi, relazioni, metodi che siano molto vicini a loro al di là di quello che già la scuola propone. Penso all’esperienza dei 150 ragazzi che hanno frequentato le nostre proposte scolastiche estive, penso al gruppo che ha condotto lo studio e la realizzazione del murale. C’è bisogno di relazione, gli studenti hanno bisogno di essere operativi».
Se dovesse progettare una scuola nuova, cosa proporrebbe?
«Una scuola meno ingessata in curricoli e programmi, più vocazionale. Un po’ come avviene all’estero: lavorare su una base di insegnamenti standard e poi scegliere. Non per moltiplicare le esperienze, ma con un obiettivo più orientativo. È quello che cerchiamo di fare con i laboratori pomeridiani, ma mi rendo conto che unire l’extra all’ordinario è impegnativo. In questo serve una scuola più autonoma e flessibile».
C’è spazio per un nuovo modo di insegnare?
«La dimensione su cui lavorare è l’affiancamento, non la trasmissione di conoscenza e contenuti. Valorizzare la componente educativa e relazionale».
C’è spazio per nuovi insegnamenti?
«Intanto la dad ci ha costretto a riscoprire il valore dell’oralità, perché la stragrande maggioranza delle attività avveniva oralmente. Immagino anche un lavoro più preciso per dare strumenti ai ragazzi per essere cittadini. Non servono più materie, magari mescolarle, riscoprendo anche l’utilizzo dei dati, a cominciare dalle materie scientifiche».
Un modello di scuola aperta, come state cercando di portare avanti, fin dove si può spingere?
«Fin dove i ragazzi non scoppiano».
Oggi ai ragazzi cosa si può dire?
«Non lasciatevi fregare due volte. Recuperare il senso di camminare e avere fiducia. Lo dico con premura. Essere prudenti sì, ma non immobili».
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