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Operaio violentato dal capo: «Impossibile, erano fratelli»

F.D.
Operaio violentato dal capo: «Impossibile, erano fratelli»

Udienza molto tesa in tribunale sul caso di Antonio Bifulco La sua compagna si contraddice e rinnega la prima testimonianza «Non ero lucida e avevo paura»

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MIRANDOLA. Serviranno almeno altre tre udienze per raggiungere una prima verità sul caso di Antonio Bifulco, l’imprenditore accusato di violenza sessuale e sevizie ai danni di un suo operaio. Nel corso dell’udienza di ieri il pubblico ministero Francesca Graziano ha provato a mettere in fila alcune testimonianze utili a cristallizzare i rapporti tra l’imbianchino e il dipendente, “succube” del 41enne come ha detto un amico d’infanzia della vittima.

E tutti non hanno potuto negare le complesse condizioni di salute dell’uomo: volto tumefatto dalle botte, braccia in gesso, contusioni varie fino all’orrenda lesione interna provocata dalla contestata violenza sessuale. Ma la vittima ha tentato fino all’ultimo di nascondere la verità, accampando scuse utili ad allontanare da Bifulco ogni sospetto. «Mi disse che era stato picchiato in un locale da un gruppo di pakistani», ammette un testimone nel raccontare di come lo avesse trovato sofferente e pieno di lividi sul viso.

Chi invece prova ad allontanare le responsabilità da Bifulco è la sua compagna, che accetta di testimoniare nonostante la possibilità di avvalersi della facoltà di non rispondere visti i legami con l’imputato. «Erano come fratelli – dice – Quel ragazzo sbagliava molto sui cantieri, ma Antonio lo riprendeva incoraggiandolo. Urlava? No, è che ha un tono di voce molto alto, ma è sempre stato gentile ed educato».

Ma più la testimonianza entra nel vivo più le contraddizioni emergono lampanti tanto che il presidente del collegio, Roberto Mazza, richiama la donna a fornire riscontri veritieri e non improvvisati. Contraddizioni che fa invece ben emergere l’avvocato di parte civile, Nicola Elmo, quando compara le dichiarazioni rese in tribunale da quelle invece rilasciate alla polizia di Mirandola nella concitata serata del ricovero in ospedale della vittima. «Ero sotto choc – dirà la donna, smentendo più volte le frasi del 2019 – Quel ragazzo si faceva spesso male in cantiere, mi ero preoccupava, ma quella notte ero più preoccupata di difenderlo da eventuali accuse perché girava con il furgone senza patente...».

F.D.

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