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Casari: «Andrò fino all’Onu per provare la mia innocenza»

Serena Arbizzi
Casari: «Andrò fino all’Onu per provare la mia innocenza»

L’ex patron di Cpl non si arrende dopo la conferma della condanna in Appello «La magistratura è sempre capace di stupirci, ma non sono preoccupato»

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Serena Arbizzi

CONCORDIA. «Mi sto provando la pressione perché sono ancora un po’ agitato dopo l’ultima sentenza: non ho capito cosa voglia dire “induzione alla corruzione”... Mi sembra una decisione maturata molto in fretta».

L’ex patron di Cpl Roberto Casari ha intenzione di andare fino in fondo dopo la condanna della corte d’Appello di Bologna nei confronti degli ex manager di Cpl, ritenuti responsabili per quanto avvenuti per l’affare collegato alla metanizzazione di Ischia e la presunta creazione di fondi neri con il business in Tunisia. A Casari viene contestata solo l’istigazione alla corruzione è stata dimezzata la pena, ora di due anni, sei mesi e 20 giorni. A Massimo Verrini sono stati inflitti otto mesi, nove mesi e 10 giorni per massimo Ferrandino, fratello dell’ex sindaco di Ischia (assolto a Napoli). Confermate le condanne per Maurizio Rinaldi e Francesco Simone, rispettivamente a Un anno e due mesi e due anni.

Casari, si aspettava l’esito della sentenza della Corte d’appello emessa giovedì?

«Non riesco davvero a capire cosa significhi istigare qualcuno alla corruzione. Non saprei spiegare come sia potuto accadere che io sia accusato di questo reato né in che cosa consista nello specifico. Da questa nuova sentenza, capiamo come la magistratura sia sempre più capace di stupirci. Del resto, in tribunale a Modena, durante un’udienza c’era un pm che giocava con il telefonino... Ricordo ancora la data: il 16 novembre 2018. Mi chiedo come pensiamo di gestire il Pnr (piano nazionale ricerca, ndr), con gente che non sa spendere».

Non finirà qui, dunque?

«Io andrò fino all’Onu per dimostrare la mia innocenza, non solo fino alla Corte suprema di Cassazione. Sono deciso a dimostrare a tutti i livelli di aver agito correttamente. Questa, ripeto, è stata una decisione maturata troppo in fretta ed è evidente che ci sia qualcosa che non funziona».

Entrando nel merito, si ipotizza secondo l’accusa che abbia tentato di entrare nell’affare metanizzazione tramite strategie illegali.

«Parliamo di fondi per 90mila euro a fronte di un’azienda da 450 milioni. L’ordine di grandezza è questo. L’onere della prova per questi fondi presunti spetta al pubblico ministero, non a me che, ribadisco, ho sempre agito correttamente. Se c’è un signore che dice di avermi dato dei soldi, lo deve dimostrare: tocca a lui. Questa persona lavorava per tanti altri soggetti e, quindi, chi ce lo dice che quelle somme siano finite a me: io non ho percepito nulla... Inoltre, gli avvocati hanno ampiamente spiegati che trattasi di società tunisina, per cui la territorialità non è né di Modena, né di Bologna».

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