Modena, la pioniera Alfonsina, che in sella alla bicicletta ha tirato la volata alle donne
Romanzo biografico di Simona Baldelli, che racconta la storia della ciclista Strada
MODENA.La parola «determinazione» è una qualità che ha a che fare con i pionieri. Con chi vive l’esigenza insopprimibile di andare oltre. Come Galileo , Marie Curie, Colombo. Come Alfonsina Morini Strada, la cui vicenda è al centro del libro «Alfonsina e la strada», (pp. 320 € 17,Sellerio editore). Scritto da Simona Baldelli, il libro romanza la vita di Alfonsina Strada, atleta, ciclista, l’unica donna che ha compiuto l’impresa di partecipare al Giro d’Italia. Era il 1924. Caparbia e risoluta fin da quando è nata, a Castelfranco Emilia, nel 1891, ha cominciato fin da subito in salita. Seconda di dieci fratelli, figlia di mezzadri, ha aperto gli occhi sul mondo in un contesto gravato da mille difficoltà. E dalla fame. Poi, ha pensato solo a correre in bicicletta e nel 1907 ha vinto, battendo la fortissima Giuseppina Carignano. Un amore, quello per il sellino e la due ruote, che l’ha portata dritta nelle braccia del marito. Lei aveva solo 14 anni, lui era Luigi Strada, di professione meccanico, un ponte gettato verso la libertà, poi per sempre al suo fianco. Per lo meno il suo cognome che lei ha portato tutta la vita, fino al 1959, quando è morta. Si può essere donne, a metà degli anni venti del secolo scorso, e al tempo stesso cicliste sperdute nella Bassa, impegnate a correre fra la Belle Époque, due conflitti mondiali e la Marcia su Roma? Così affascinanti da ricevere in dono una stella d’oro da Gabriele D’Annunzio e così ribelli da rifiutare un’onorificenza da Benito Mussolini? Si può essere talmente brave da meritare una medaglia appuntata al petto dalla Zarina Alessandra in persona? Si può essere atleti, di sesso femminile, e allo stesso tempo fenomeni da circo? Alfonsina sì, che coi circensi, a fine carriera ha fatto il giro dell’Europa come vedette. Si esibiva sui rulli e nel giro della morte. Nel ’24 gli organizzatori del Giro d’Italia non erano in grado di far fronte alle richieste economiche delle squadre e anche i campioni più famosi, fra cui Girardengo, avrebbero disertato; Per scongiurare il profilo anonimo della competizione c’era bisogno di una trovata. Così venne ammessa in gara una donna di trentatré anni, Alfonsina Strada, che aveva già affrontato due Giri di Lombardia. Qui, però, si trattava di pedalare per oltre 3.000 chilometri. Su 108 atleti iscritti, al nastro di partenza si presentarono in 90 e fra questi c’era Alfonsina. Solo in trenta completarono la gara. Fra loro lei. In un momento in cui si parla, continuamente, di pari opportunità, parità di genere, anche in ambito sportivo, l’epopea di Alfonsina è emblematica. Perché è stata una vera e propria pioniera della parificazione tra sport maschili e femminili. Nata poverissima, in seguito ascesa al successo e alla fama, è stata poi dimenticata. «Come tutti gli eroi che non muoiono giovani», dice l’autrice. Ma non è stata una meteora. Piuttosto una stella cometa di cui ancora si vede la coda, una donna coraggiosa, che ha vissuto senza porsi i limiti.
Chi era Alfonsina Strada, la regina della pedivella, la matta, il diavolo in gonnella o una disobbediente?
«Una persona che aveva capito che tutti abbiamo diritto di essere felici. Lei era felice in bicicletta, un corridore senza genere, un’anima disobbediente non solo verso i familiari, ma verso un ordine precostituito, verso un pensiero, un destino».
Nel suo libro si legge: «Se l’uomo non ha confini, la donna nemmeno» e anche «io sono sconfinata»…
«Lo sport porta continuamente a superare i propri limiti. Ma in fondo è una metafora. Ogni essere umano che cerca di spingersi oltre, lo fa.».
Come è nata l’idea di scrivere questo libro?
«Sono un’appassionata di sport e il nome di Alfonsina Strada l’avevo presente da tempo. Quando è morta Margherita Hack, che ho avuto la fortuna di conoscere in passato, una grande scienziata ma anche una grande sportiva, mi è tornato in mente che mi aveva raccontato con grande commozione di quando aveva interpretato Alfonsina Strada in una videoclip dei Têtes de Bois. Così l’ho rivista, vestita da meccanico, spiegare a una bambina come si ripara una bicicletta. L’ho considerato un segno».
Cos’è lo sport?
«Non è vero che abbiamo un orizzonte limitato e lo sport ce lo ricorda continuamente. Ogni volta che facciamo qualche cosa ad arte andiamo più in là del nostro stesso spirito – se siamo poeti, se siamo pittori, se siamo cantanti, se siamo attori – ma lo sport si porta con sé una epica differente, che mi commuove e che mi conforta».
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