I modenesi a tu per tu con il premio Nobel Giberti: «Lavorare con Parisi è una gioia»
Il ricercatore di Unimore ha collaborato con lui insieme a Cristina Giardinà e Cecilia Vernia
l’intervista
gabriele farina
Un frammento di modenesità a Stoccolma. Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la Fisica, è legato agli ambienti Unimore. Parisi ha infatti pubblicato quattro studi internazionali con i docenti dell’ateneo Claudio Giberti, Cristian Giardinà e Cecilia Vernia.
Tasselli di conoscenza posti tra il 2007 e il 2011 che hanno contribuito all'esplorazione dei sistemi complessi avanzati dallo scienziato romano, insignito in Svezia con i fisici Syukuro Manabe (Giappone) e Klaus Hasselmann (Germania).
Professor Giberti, che effetto le fa essere collega di un premio Nobel?
«Non capita tutti i giorni (ride). Fa molto piacere ed è anche una gioia. È un premio Nobel molto atteso e certamente meritato. Ognuno ha dato un piccolo contributo alla grande attività messa in moto da Giorgio Parisi. È una persona che umanamente si sa far volere bene».
In che modo?
«È estremamente generoso da un punto di vista scientifico. È una persona molto disponibile e coinvolgente. Ci si rapporta a lui con un po’ di timore per la statura intellettuale e scientifica, ma non fa pesare tale aspetto. Ha un buon senso dell’umorismo. Riesce a rapportarsi sulla base delle qualità umane necessarie per trasmettere aspetti scientifici. Non ha mai atteggiamenti da “grande scienziato”. È una persona aperta e generosa, capace di regalare le sue idee».
Con Parisi avete condotto quattro studi: ce li può descrivere in sintesi?
«S’è sviluppata una teoria per analizzare i sistemi complessi, gli stessi che lo hanno giustamente portato al Nobel. La teoria è sviluppata su una particolare classe di modelli sul campo medio. Ci si è accorti subito che la teoria era giusta, ma c’erano altri sistemi complessi che non erano rappresentabili con quel modello».
I modelli si chiamano Edwards-Anderson e Sherrington-Kirkpatrick. Trovare una sintesi è complesso?
«Il dibattito scientifico è andato avanti per molti decenni e ha posto in contrapposizione la scuola italiana (e quella romana in particolare) con quella degli Stati Uniti, che nega la teoria di Parisi. Su simulazioni numeriche abbiamo ritrovato alcune proprietà dei sistemi complessi di Parisi nel modello Edwards-Anderson, ottenendo conferme sull’ultrametricità e su altre proprietà. La soluzione di Parisi è da fisico teorico, i matematici ci stanno ancora lavorando con rigore. Il problema è estremamente difficile, ma la soluzione geniale all’inizio ha prodotto a cascata un’enorme ricerca scientifica».
L’Italia sta ritrovando una centralità nella fisica?
«La scuola romana è la punta di diamante della fisica italiana. Parte da Enrico Fermi e arriva a Giorgio Parisi, passando da altre persone che avrebbero meritato il Nobel come il maestro dello stesso Parisi, Nicola Cabibbo. Nel complesso, l’attività scientifica riesce a svilupparsi a livelli buoni, talvolta eccezionali, in un contesto non particolarmente favorevole alla ricerca».
Le risorse del Pnrr potranno invertire la tendenza?
«Vedremo. Dipende da come arrivano i finanziamenti e per quali contesti disciplinari. La ricerca che ha portato Parisi al Nobel è assolutamente di base e nessuno l’avrebbe finanziata in attesa di risultati concreti e applicativi. Ora si vedono le ricadute, ma se non si finanzia la scienza di base si rischia di rimanere indietro».
L'Italia paga ancora una differenza di genere nella scienza?
«Torniamo indietro di molte decine di anni, in cui le facoltà scientifiche non erano frequentate dalle ragazze. Ora progressivamente si sta riequilibrando la situazione. Tante donne fanno attività scientifiche ad altissimi livelli e nessuno ormai mette in dubbio le loro capacità».
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