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cronaca

Modena, in una settimana un centinaio di baby calciatori in quarantena

A fronte di un positivo scatta l’isolamento per tutto il gruppo E così i ragazzi sono costretti a saltare la scuola in presenza


08 ottobre 2021 Giovanni Balugani


MODENASono circa cento i baby calciatori in quarantena a causa del Covid. Chiariamo subito: non siamo di fronte a cento positivi, bensì a ragazzi che vengono considerati contatti stretti di pochi positivi.

Questi dati si riferiscono solo all’ultima settimana ed evidenziano ancora di più un grave problema: la convivenza tra sport, scuola e Covid. È una questione che Raffaele Candini, presidente regionale del Centro sportivo italiano, aveva sollevato la settimana scorsa: «Se si procede con queste quarantene preventive – aveva detto – le famiglie saranno costrette a scegliere tra sport e scuola, ed evidentemente sceglieranno la seconda».

Perché questo bivio? Perché dall’inizio della nuova stagione sportiva l’Ausl sta procedendo con misure molto rigide nei confronti dei settori giovanili sportivi. Nel caso in cui un ragazzo venga trovato positivo si procede alla quarantena dell’intero gruppo-squadra. Una misura che, in media, coinvolge una ventina di ragazzi che a quel punto sono costretti a restare a casa da scuola fino al termine dell’isolamento, di solito dieci giorni. Si tratta di una novità rispetto all’anno scorso.

L’Ausl di Modena, interpellata dopo il primo caso simile che si è verificato due settimane fa, aveva specificato che la decisione di istituire la quarantena viene presa esclusivamente dal professionista che si occupa dell’indagine epidemiologica. Nei fatti, quando uno sportivo viene trovato positivo si contatta la società di riferimento per capire meglio la situazione ed eventualmente individuare i contatti stretti. E siccome si agisce sempre in modo preventivo, alla fine vengono considerati contatti stretti tutti i compagni di squadra. Lo si fa, sempre secondo quanto spiegato da Ausl, anche per proteggere le scuole: se in un gruppo sportivo ci sono 20 ragazzi, questi, nel caso in cui vengano contagiati, possono spedire in qurantena altri 20 compagni di classe. Insomma una catena.

Quello che le società e anche Candini contestano è: se i ragazzi sono dotati di green pass, se le società rispettano i protocolli anti-contagio e se l’attività calcistica si svolge all’aria aperta, perché devono finire in quarantena tutti? Pensate a un genitore che nel corso dell’anno è costretto a tenere a casa da scuola un figlio per un totale di un mese: potrebbe anche riflettere e decidere di interrompere l’attività sportiva del ragazzo per essere certo che la frequenza scolastica sia continua. E lo stop allo sport è l’ultima cosa che tutti i soggetti coinvolti vogliono.

Non sono mancati confronti sul tema anche all’interno dell’Ausl; diversi professionisti sanno bene quanto gli adolescenti, dopo 18 mesi di epidemia, debbano riprendere una vita normale, il che implica anche l’attività sportiva. E dunque hanno suggerito una linea che pur tutelando le norme anti-Covid tenga conto del valore sociale dello sport. Anche perché le ultime decisioni non hanno coinvolto solo i compagni di squadra, ma addirittura è stata mandata in isolamento anche la squadra avversaria affrontata nell’ultimo turno di campionato. Quindi per un positivo si rischia di spedire in quarantena 40 coetanei.

Un difficile equilibrio da trovare, tra chi deve limitare i contagi e chi promuove l’attività giovanile.

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