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«Ma quale estorsione? È lui che ci ha preso i soldi»

F.D.
«Ma quale estorsione? È lui che ci ha preso i soldi»

Il figlio difende il padre imputato: «Doveva comprarci casa e farci diventare ricchi Gli abbiamo dato 20mila euro e ci ha riempiti di bugie poi si è fatto arrestare»

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VIGNOLA. Un’altra verità si celerebbe dietro l’accusa di estorsione per cui è a processo un 55enne originario di Casal di Principe e residente a Cavezzo. Accusato di aver usato metodi poco consoni per riavere dei soldi, ieri ha assistito alla testimonianza del figlio, che davanti al giudice Roberto Mazza ha offerto una versione agli antipodi rispetto a quanto contestato dalla Procura.

«Siamo entrati in contatto con quell’uomo – ha esordito – perché mio padre ci aveva detto che poteva aiutarci a ricomprare la nostra casa, finita all’asta. Siamo andati a Vignola più volte, e lì ci è stato prospettato un mondo tutto nuovo, non solo avremmo riavuto la nostra abitazione ma ci veniva offerta la possibilità di diventare grandi imprenditori».

Il meccanismo per acquistare villetta (comprata invece da un’immobiliare bresciana per 78mila euro) è stato spiegato nel dettaglio: «Quell’uomo ci ha detto che gli servivano 7mila euro per iscriversi all’asta, glieli ho dati in contanti. Sono solo un paio i bonifici che gli ho fatto dal mio conto corrente in quell’anno di bugie. Fatto sta che il giorno dell’asta lui non si è presentato in tribunale, abbiamo anche verificato che non eravamo neppure iscritti. Poi siamo riusciti a parlare con la madre che ci ha confessato che era stato arrestato la mattina. Hanno riso tutti di lui e per quella vicenda. Com’è finita con la casa? L’abbiamo comprata, facendo un mutuo, dall’immobiliare, pagandola molto di più. Sorrido quando mi dicono che volevo mettere pressione ai compratori all’asta, c’erano testimoni quella mattina, dovevate vedere com’erano sorpresi nel non vederlo arrivare».

Ma i 7mila euro non sarebbero gli unici denari che poi l’imputato avrebbe cercato di farsi ridare. Il figlio parla di almeno 20mila euro consegnati a colui che doveva aiutarli a ricomprare casa attraverso una fiduciaria. «Senza contare quelli che ci ho messo di tasca mia per farmi ogni giorno il tragitto Cavezzo-Vignola e tutti i vari giri, perché incontravamo tanta gente, tutte persone che diceva essere di sua fiducia. Io guidavo e pagavo la benzina. Mi presentava come il suo erede, diceva di essere malato e che mi avrebbe lasciato la gestione della fiduciaria e delle società che stavamo creando».

Perché il contatto per la casa di Cavezzo porta con sé quelle che appaiono delle opportunità irripetibili. Vengono aperte delle società ad hoc che però non vedranno mai la luce per l’insolvenza nei pagamenti dei notai. «Aveva messo in piedi delle società per produrre monopattini da commercializzare in tutto il mondo e costruire un casinò on line a Modena. Diceva che era tutto a posto, che stavamo facendo grandi investimenti e presto avremmo ottenuto i nostri frutti. Noi pagavamo, abbiamo anche ristrutturato il suo ufficio, ma con una scusa si defilava sempre. E sa – dice il figlio rivolgendosi al dottor Mazza – cos’è accaduto? Che quelle società non hanno mai movimentato un soldo perché non ha mai pagato la loro costituzione. Siamo andati da sua madre a chiedergli indietro del denaro? Per me era come una nonna... Sono andato da lei nei giorni successi all’arresto per chiederle cosa stava facendo suo figlio, quello sì, l’ho fatto, ma mai le avrei domando i soldi».

F.D.

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