È accusato di violenza sessuale sull’ex compagna: autista a processo
Serena Arbizzi
È stato accusato di violenza sessuale, maltrattamenti e violazione degli obblighi di assistenza nei confronti della figlia per fatti che, secondo l’ex compagna polacca, erano stati commessi tra il 1998 e il 2011. Per questo, un autista della Bassa ha rischiato il carcere in Polonia. A fine agosto scorso è arrivato il mandato di cattura spiccato nei suoi confronti: 10 anni dopo i fatti e pur versando in condizioni di salute molto precarie. Ma la Corte d’Appello, dov’è stato rappresentato dai suoi avvocati Cosimo Zaccaria e Nicola Elmo, ha rigettato la richiesta: l’uomo, quindi, affronterà il procedimento, ma non sarà rinchiuso in carcere in Polonia.
Partiamo dall’ultima tappa della vicenda. Lo scorso agosto i legali analizzano il mandato di arresto, che è molto generico: si presentano in convalida alla Corte d’appello, competente in questo caso, e già in quella sede l’unica misura stabilita è quella dell’obbligo di firma.
La Corte rinvia per decidere sulla “consegna” alla Polonia: la difesa solleva più eccezioni basate su diversi argomenti. Ad esempio, secondo quanto illustrato dai legali, la Polonia non avrebbe potuto garantire un equo processo, e sono state allegate agli atti le considerazioni del comitato anti-tortura del Consiglio d’Europa, che ha rilevato come in quel Paese i detenuti non accedano alle cure, non parlino facilmente con propri avvocati e non possano ricevere congrue cure mediche. Sono state inoltre presentate analisi sul giusto processo, sulle violazioni dei diritti del detenuto e la consulenza medico-legale che attesta come l’autista fosse gravemente malato.
La Corte recepisce le osservazioni ed emana un primo provvedimento per chiedere dove verrebbe portato l’uomo, come sono le celle e quale tipo di trattamento sanitario avrebbero potuto fornire sulla base della perizia medica. Lo Stato polacco risponde con alcune indicazioni sulle celle e le prassi. Gli avvocati Zaccaria ed Elmo rilanciano e presentano alla Corte le critiche sulla mancata risposta, troppo lapidaria: non si cita, infatti, come sia la cella, ad esempio.
La Corte d’appello, quindi, dispone che la Polonia fornisca le informazioni richieste perché quelle pervenute sono insoddisfacenti: lo Stato polacco, ancora, tramite la procura del luogo risponde con poche righe, in cui afferma che la cella è di tre metri senza fare cenno al mobilio. Le cure, dicono, potranno essere somministrate, tranne per una patologia molto grave di cui soffre l’uomo. La corte, alla luce di tutto ciò, ha rifiutato di consegnare l’uomo alle autorità polacche. L’autista, che dichiara di essere vittima di “una storia d’amore finita male”, si difenderà ora davanti in Polonia.
Dalla fine di agosto, l’uomo era costretto all’obbligo di firma, revocato anche questo in sede di appello.
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