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Partigiano, politico e scrittore Padre Amorth oltre l’esorcismo

Riccardo Chiossi
Partigiano, politico e scrittore Padre Amorth oltre l’esorcismo

La biografia del sacerdote modenese conosciuto come “il nemico del diavolo” «Affrontava una dozzina di casi al giorno, lavorava anche durante le feste»

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La sua immagine, solitamente ritratta in penombra e con un crocifisso in mano, circola ogni tanto sui social network o su siti e blog, accompagnata da frasi tratte dai suoi scritti o interventi, il più delle volte estrapolate dal loro contesto, che non fanno altro che alimentare il cliché in cui la sua figura rischia di rimanere intrappolata. Quello del prete tenebroso, “nemico del diavolo”, simbolo di un mondo oscuro e intellettivamente incomprensibile come quello degli esorcismi e delle possessioni sataniche. Un libro, dato recentemente alle stampe dalle Edizioni San Paolo, aiuta a delineare un ritratto dettagliato di padre Gabriele Amorth, il sacerdote paolino modenese da tutti ricordato come il più famoso esorcista dei nostri tempi, scomparso il 16 settembre 2016.

“Don Amorth continua. La biografia ufficiale” è il titolo del volume a firma del giornalista Domenico Agasso, vaticanista de La Stampa, che in 240 pagine ripercorre i 91 anni di vita di padre Gabriele, 62 dei quali come sacerdote, 30 da esorcista. Proprio la ricostruzione di quei 61 anni prima che diventasse il decano di tutti gli esorcisti d’Italia e del mondo rappresenta la principale novità del libro, che rivela un background finora inedito di Gabriele Amorth, uomo dai mille volti - partigiano, politico, giornalista, scrittore, sacerdote - che ha vissuto in prima linea una parte della storia d’Italia, prima e dopo la guerra.

Amorth - del quale poco si conosce dell’infanzia e dell’adolescenza - ha vissuto con intensità questa stagione. Formatosi in gioventù nell’ambiente dell’antifascismo democristiano, lavorò a fianco di importanti personaggi dell’epoca: Dossetti, La Pira, Fanfani, Lazzati, dai quali ricevette stima e rispetto. Ma ai richiami della politica, verso la quale mostrava una certa stoffa, il giovane Gabriele antepose la vocazione religiosa, maturata grazie a «una fede respirata in casa ogni giorno» con «la frequentazione della parrocchia con la mamma» e «la santità dei genitori» (il papà Mario, avvocato, è stato tra i fondatori nel 1919 del Partito Popolare di don Luigi Sturzo)». Ricevette l’ordinazione - il “pretonzolato”, come ironizzava la famiglia - nel 1954. Da allora sono tanti gli eventi che hanno scandito la vita di don Amorth: il libro li ripercorre e li racconta con dovizia di particolari, avvalendosi di documenti e delle testimonianze di chi il sacerdote l’ha conosciuto da vicino, come Elisabetta Fezzi, giornalista e scrittrice, a lungo sua collaboratrice. Si parla quindi, tra le altre cose, del legame con don Giacomo Alberione, fondatore delle Edizioni Paoline, suo superiore ma, al contempo, amico; si ricorda il famoso pellegrinaggio mariano per l’Italia della Madonna, del quale fu tra gli organizzatori, e si fa cenno allo sguardo che Amorth diede al fenomeno Medjugorje.

Ampio spazio nel libro è naturalmente occupato dalla “carriera” di padre Amorth come esorcista. Il prete modenese approdò in questo mondo negli anni ’80, già sessantenne, e da quel momento cominciò e mai smise una lotta lunga, snervante, sfiancante contro il “nemico dell’uomo”. «Don Amorth va in battaglia più volte al giorno - spiega Agasso - affrontando anche dieci-dodici esorcismi in ventiquattr’ore. Tutti i giorni, anche di domenica. Anche a Natale». Il sacerdote riuscì però a portare all’attenzione pubblica il tema degli esorcismi: scrisse libri e articoli, parlò in tv, intervenne a conferenze, spiegò come riconoscere i casi di possessione, mise in guardia anche da alcuni personaggi del rock veicolo di messaggi satanici. Venne anche criticato o preso in giro per questo, ma andò avanti, consapevole di dover compiere una missione. Scrive l’autore: «Tanti gli debbono gratitudine e salvezza. Preti, vescovi e papi non possono disperdere il suo esempio e la sua lezione, ma piuttosto farne tesoro».

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