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Savorani: «In gennaio potremmo chiudere» Iris e Panariagroup alzano i prezzi ai clienti

G.M.
Savorani: «In gennaio potremmo chiudere» Iris e Panariagroup alzano i prezzi ai clienti

Anche le grandi aziende e Confindustria Ceramica cercano di reagire  con scelte differenti alla grave situazione dovuta ai costi energetici 

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le reazioni

L'industria ceramica, un giro di affari da 30 miliardi di euro in Europa e oltre 5 in Italia, credeva di essersi lasciata alle spalle i giorni più duri quando ha visto gli ordini accumularsi dopo la fase più dura della pandemia. Ma oggi questo aumento della domanda potrebbe non venire esaudita, anzi si potrebbe arrivare per assurdo allo stop di alcune attività.

Iris Ceramica Group, ha confermato l’Ad dell’impresa fioranese Federica Minozzi all’agenzia britannica Reuters, ha già «introdotto un sovrapprezzo energetico del 3% sulle fatture per attutire il colpo». Una decisione comunicata per tempo ai clienti, assieme all’assicurazione che l’azienda ha comunque fatto di tutto per contenere il rincaro. È lo stesso Giovanni Savorani, presidente di Gigacer di Faenza e presidente di Confindustria Ceramica, a confermare una preoccupazione che è di molti colleghi e, sempre alla Reuters, ha spiegato che «sto pensando di fermare tutto in gennaio perché non possiamo produrre a questi prezzi e fare dei profitti». Sulla stessa lunghezza d’onda di Iris è un’altra impresa leader del distretto ceramico, Panariagroup: il presidente Emilio Mussini spiega che «la dinamica così anomala del prezzo delle fonti energetiche, unitamente ai rincari di altri fattori della produzione, ci obbliga ad alzare sensibilmente i prezzi di listino in una misura che stiamo definendo in questi giorni per un’applicazione a brevissimo termine. Non prevediamo chiusure temporanee delle linee produttive».

I sindacati dal canto loro non negano la preoccupazione per la situazione ma non hanno ancora registrato richieste di stop delle attività, di spegnimento di linee produttive o tantomeno di ammortizzatori sociali. «Quello che potrebbe succedere – spiega Massimo Muratori, segretario della Femca Cisl Emilia Centrale – è una fermata più lunga a fine anno, quando tradizionalmente si svolgono le manutenzioni straordinarie degli impianti, magari nelle imprese che dal 2022 avranno nuovi contratti più onerosi di fornitura energetica. Più colpite potrebbero essere le aziende del distretto che lavorano conto terzi o per la grande distribuzione, dove si fanno meno margini. Il tema è comunque da affrontare a livello europeo: se le aziende italiane sono in difficoltà, Spagna e Turchia in primis sono pronte ad approfittarne e a conquistare i clienti che il nostro distretto non sarà in grado di soddisfare».

Anche da Acimac, l’associazione dei costruttori italiani di macchine e attrezzature per ceramica, sono arrivati messaggi d’allarme. «Se la situazione non dovesse cambiare, molte aziende del nostro comparto rischiano il collasso, vanificando la ripartenza post pandemia con conseguenze su tutta la filiera del nostro distretto – ha affermato il presidente Paolo Mongardi – Il Centro Studi Mecs stima un aumento medio del 30% nei costi di produzione, valori non più assorbibili dalle nostre aziende senza minarne la redditività. Auspichiamo che questo allarme possa essere recepito al più presto per invertire la curva dei costi e permettere così una ripresa produttiva ed economica che sia piena, senza ulteriori zavorre».

Con le quotazioni attuali, la bolletta gas del settore ceramico nel 2022 sarebbe pari a 1,25 miliardi di euro: un costo non assorbibile.



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