Chiesto il processo per i fratelli Scarantino nipoti del falso pentito
Un imponente traffico di cocaina, eroina, hashish e marjuana gestito dai nipoti di Vincenzo Scarantino, il falso pentito accusato di depistaggio nelle indagini sulla strage di via D’Amelio, in cui, nel 1992, persero la vita Paolo Borsellno e cinque agenti della scorta.
Potrebbero a finire a processo con quest’accusa i tre fratelli Scarantino: Gabriele, 31 anni, Andrea, 30 e Cristian, 27. Per loro e altri cinque indagati è stato chiesto il processo, a Modena, per un’articolata vicenda incentrata sullo spaccio di stupefacenti.
Venerdì scorso, avrebbe dovuto svolgersi l’udienza, ma è stata rinviata per omissioni nelle notifiche. Un’inchiesta, condotta dalla squadra mobile, che si compone di molti tasselli e che ha dimostrato ancora una volta la collaborazione tra le bande italiane e straniere per gli affari nel narcotraffico. L’accusa, infatti, per gli otto indagati, è quella di spaccio di sostanze stupefacenti, continuato e in concorso. Nelle prossime settimane si saprà, quindi, se i nipoti del falso pentito dovranno affrontare o meno il processo.
Le indagini partono nel 2018: in un appartamento di via Attiraglio che gli Scarantino avevano a disposizione, la squadra mobile trova più di 20 chili di marjuana, 20 chili e mezzo di hashish e cinque chili di cocaina: un’imponente quantità di droga che avrebbe fruttato decine di migliaia di dosi. I tre fratelli rifornivano di droga i nigeriani e si incontravano, secondo quanto emerso dalle indagini, tramite un nigeriano che percepiva una provvigione sulle vendite di stupefacenti.
Andando indietro nel tempo, il legame con gli Scarantino e Modena affonda le sue radici negli anni Novanta. Al fratello di Vincenzo, Rosario Scarantino, diede lavoro don Giovanni Neri, parroco di Marzaglia.
«Rosario aveva la famiglia a Marzaglia con tre figli piccoli – racconta il don – Anche Vincenzo è venuto qualche volta a Marzaglia, ho scoperto solo in seguito che c’era connivenza con chi avrebbe dovuto sorvegliarlo: Vincenzo, infatti, si spostava nonostante non potesse. E nonostante dichiarasse che si spostava a suo rischio e pericolo, facendo credere di non aver bisogno della sorveglianza. In quel momento io ho dato una mano ad una famiglia in difficoltà: affidai a Rosario qualche lavoro, come le pulizie della nostra palestra della parrocchia. Inizialmente, Rosario era in carcere a Modena, una volta uscito ha trovato la casa a Marzaglia vecchia. Ricordo che il più piccolo dei tre figli (ora indagati, ndr) andava all’asilo, il più grande in quinta elementare. Ho conosciuto loro padre quando era in semilibertà e aveva anche altri problemi. Io non sapevo nemmeno che avesse un fratello mafioso: Vincenzo è arrivato qui due anni dopo».
Il parroco, un paio di mesi fa, è stato chiamato come testimone nell’ambito dell’ultimo “processo Borsellino”, aperto per accertare i fatti della strage di via D’Amelio. «Mi ha contattato il tribunale di Caltanissetta, ma non ho potuto andare in aula: ho difficoltà negli spostamenti – rivela don Neri – Dopo quasi 30 anni ho un ricordo ancora molto nitido: stavo guardando la tv e improvvisamente hanno bloccato le trasmissioni per dare la notizia della strage. Ricordo di essere rimasto sconvolto. Dopo la strage credo che si cerchino connivenze anche tra altre persone che avrebbero potuto essere implicate in depistaggi», conclude don Giovanni Neri.
S.A.
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