Vaccari: «Primarie non indispensabili»
Il braccio destro di Zingaretti a Roma interviene sul dibattito modenese: «Le voci di scontri interni al partito sono infondate»
Luca Gardinale
Stefano Vaccari si divide tra Roma e Modena con il Pd sempre in primo piano. Dalla segreteria nazionale al dibattito per il nuovo congresso modenese il passo è breve.
In direzione Roberto Solomita, candidato alla segreteria provinciale, ha presentato il “manifesto per un partito sostenibile”: cosa ne pensa?
«Roberto è un amministratore capace che ha dimostrato il suo valore riconquistandosi anche la fiducia dei cittadini per il secondo mandato, ed è un politico con una sua testa e sue idee che ha messo a disposizione della sua comunità politica. A lui mi lega una personale amicizia e la condivisione di battaglie politiche importanti, l’ultima delle quali il congresso del 2019. La sua piattaforma la condivido e penso sia una buona base per avviare un confronto a tutto campo sul futuro del Pd e sulle idee per questo territorio. C’è bisogno che la politica e il partito democratico torni ad essere uno strumento utile a cambiare in meglio la vita delle persone e Roberto può incarnare bene questa sfida. Questa ad oggi è l’unica candidatura, ed è su questa che dobbiamo confrontarci».
In tanti, nel partito, pensano che questo congresso rappresenti una vittoria dell’asse Bonaccini-Vaccari e una sconfitta dell'asse Muzzarelli-Costi. Con queste premesse è possibile arrivare al congresso uniti?
«Con queste premesse non si va da nessuna parte perché sono premesse infondate. Non c’è nessun asse vincente e nessuno perdente. C’è un congresso con un candidato in campo che sta raccogliendo sostegni e critiche che io credo possano essere ricomposte sulle idee e sul progetto da mettere in campo, oltre che sulle persone. Io e Stefano siamo tra i tanti sostenitori di Roberto, ad oggi l’unico candidato alla segreteria, e mi fa piacere, ma continueremo a confrontarci su tutto il resto come abbiamo sempre fatto, mai pubblicamente, anche da posizioni diverse. Fino a qui è toccato a Davide Fava guidare il Pd in una fase difficile per il Paese e la sinistra, dopo un congresso ed una scelta unitaria, una sconfitta pesantissima al voto del 2018 e un successivo congresso e a lui va il mio personale ringraziamento per il contributo e l’impegno che ha profuso. Sono stato uno dei pochi che dopo quel congresso di 4 anni fa non l’ha mai lasciato solo e sempre supportato. La Festa Nazionale del 2020 ad esempio è stata una sfida importante che abbiamo condiviso assieme, ma non tutti nel gruppo dirigente lo hanno supportato a dovere».
Venti giorni fa il sindaco Muzzarelli ha espresso perplessità sul fatto che i territori, a partire dal capoluogo, possano essere “schiacciati” dalla Regione. Vede anche lei questo rischio?
«Stiamo vivendo una fase storica straordinaria per uscire dalla pandemia meglio di come ci siamo entrati. Possiamo contare su risorse per i territori mai viste prima, grazie al lavoro autorevole che il Governo precedente ha fatto in Europa. I sindaci saranno un pezzo fondamentale per riuscire nell’impresa se lavoreranno insieme alla Regione e al Governo per mettere a terra le risorse sui progetti del Pnrr e gli altri investimenti previsti».
Tra le questioni in campo c'è anche quella dei cattolici, che si sentono stretti in un partito che con la nuova guida provinciale guarderà soprattutto a sinistra. C’è ancora spazio per loro?
«Non mi pare che dopo 14 anni di vita del Partito Democratico si possa ragionare ancora in questi termini. Quando il 14 marzo è stato eletto Letta nuovo segretario non si è posto un problema di questo tipo mi pare, per nessuno. Il tema delle culture fondative del Pd è stato, anche se troppo a freddo, riassorbito dalla sintesi politica sulle idee fatta da organismi dirigenti plurali e inclusivi, nella maggior parte dei casi della nostra storia. Il tema oggi è allargare la capacità di coinvolgimento che ha sui temi che interessano le persone, giovani e donne in particolare, guardando il più possibile fuori dal Pd, perché è un fatto che sia diventato in Emilia Romagna e a Modena un partito più piccolo e con meno risorse. Le Agorà democratiche volute da Letta sono lo strumento che ci può consentire di farlo e ora, che il tempo a disposizione è stato prolungato alla primavera, serve meno timidezza e paura di lasciare vecchi ancoraggi per mettersi in mare aperto anche a Modena. Perché finito il congresso a dicembre il Pd sarà misurato nel 2022 dalla sua capacità di aggregare e di espandersi, anche trasformando se stesso».
Quali sono le principali sfide del Pd dei prossimi anni e come affrontarle al meglio dopo lo smacco di Pavullo, dove il partito non è arrivato nemmeno al ballottaggio?
«Il Pd credo debba provare a ricostruire una propria capacità di leggere i cambiamenti della società modenese e interpretarli, per tradurli in analisi, pensiero critico, proposte, idee, azioni, iniziativa politica. Per questo serve un nuovo investimento nella formazione delle classi dirigenti. Serve ripensare una pratica politica nei comuni e nei quartieri della città, anche a partire da nuovi riferimenti non necessariamente giovani a prescindere, ma i giovani democratici possono essere una risorsa decisiva per innescare questo cambiamento. Per tornare ad essere credibili e parlare il linguaggio del futuro dobbiamo mettere al centro della nostra azione politica due temi: il lavoro e la transizione ecologica. Abbiamo nei giorni scorsi vinto una battaglia antica con la legge sulla parità salariale e dobbiamo proseguire su altri fronti. Accanto, gli esiti deludenti della COP26 ci dicono come la politica e le istituzioni devono essere coloro che innescano ora l’accelerazione di cui c’è bisogno. Il verbo rigenerare scelto da Roberto è quello giusto per le priorità del Pd».
A proposito di sfide, a Modena il centrosinistra dovrà trovare il candidato post Muzzarelli. Le primarie sono lo strumento giusto o, come ha fatto notare il governatore, rischiano di essere un modo per dividersi?
«Io sono legato all’idea che i gruppi dirigenti debbano prima di tutto assumersi la responsabilità che compete loro perché vengono votati ed eletti per questo: trovare la sintesi e proporre scelte. Lo dice anche il nostro Statuto. È successo anche in vista delle ultime amministrative in giro per l’Italia che i candidati siano stati scelti da un percorso condiviso e unitario dei gruppi dirigenti come a Roma e Napoli, per citarne due delle più significative. Laddove la sintesi non si potuta o voluta trovare, si sono scelte le primarie come strumento per selezionare e il risultato al di là di Torino, non sempre ha portato il risultato finale sperato. Ciò che voglio dire è che lo strumento in sè non garantisce ne la qualità del candidato ne il risultato finale. Muzzarelli ha fatto e sta facendo molto bene, anche per la capacità di fare sintesi assieme al partito e alla coalizione una volta terminate le primarie del 2014, tracciando come lui stesso ha detto nella recente direzione provinciale, le linee per far crescere una nuova classe dirigente. Resta fondamentale avviare con la città un percorso partecipato per costruire le direttrici sulle quali innestare le nuove prospettive per il futuro di Modena, indipendentemente dall’uso dello strumento delle primarie e soprattutto allargando il dialogo senza veti verso l’una o l’altra forza politica, perché occorre il contributo di tutti per affrontare le sfide di domani».
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