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«Coopsociali: quel lavoro fondamentale che dà servizi a un milione di cittadini»

Alice benatti
«Coopsociali: quel lavoro fondamentale che dà servizi a un milione di cittadini»

Alberani, presidente regionale: «Diamo assistenza al 70% degli anziani o disabili e al 50% dei bambini in un nido»

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MODENA Quanto sono consapevoli gli emiliano-romagnoli del ruolo che le cooperative sociali giocano nel nostro welfare? Lo domandiamo ad Alberto Alberani, da poco riconfermato alla guida di Legacoopsociali Emilia-Romagna, che (dati 2020) raggruppa 202 cooperative e oltre 30mila addetti. E la risposta è in tre numeri: nell’arco dell’anno un milione di persone riceve una risposta da una cooperativa sociale; il 70% delle persone anziane o disabili usufruisce di servizi gestiti da una cooperativa sociale; oltre il 50% dei bambini frequenta un nido gestito da una cooperativa sociale.

«E sono contenti – dice –. I cittadini sanno quello che facciamo e ci sono grati».

Ma come stanno affrontando la crisi pandemica queste cooperative? Alberani traccia un quadro generale, con uno sguardo alle sfide per il futuro.

Partiamo dal calo dei ricavi registrato da molte cooperative sociali. Quali sono state le più colpite e che cosa ha pesato?

«Quelle che noi chiamiamo di tipo A quindi che operano in ambito socio-sanitario, assistenziale ed educativo. Le più colpite in assoluto sono state le Rsa, che hanno avuto minore possibilità di accoglienza di anziani e disabili e quindi hanno fatturato meno. Ma anche gli asili nido, che sono stati chiusi».

Come recuperare redditività?

«L’unica soluzione è il riempimento delle strutture che tuttavia è qualcosa che si fa fatica a realizzare a causa della gravissima crisi di reperimento degli infermieri. Segnaliamo questo problema da più di un anno e abbiamo fatto anche proposte concrete che purtroppo, però, non vengono recepite dalla politica».

Quali?

«La prima è l’eliminazione del vincolo di esclusività dell’infermiere a operare nel Servizio Sanitario Nazionale: se fa un part-time e vuole lavorare l’altra metà della giornata da noi dovrebbe poterlo fare. Poi la possibilità di reclutare infermieri dall’estero con procedure di riconoscimento più veloci e snelle, un maggiore protagonismo degli infermieri nelle Rsa, dove attualmente manca il ruolo di coordinatore che abbia una laurea infermieristica, e l’eliminazione del numero chiuso nei percorsi di studi. L’anno scorso 1.300 giovani volevano iscriversi alla laurea infermieristica dell’Unimore e ne hanno presi 400. Questi blocchi sono inauditi. É inaudito che accada mentre noi abbiamo i posti letto vuoti perché mancano gli infermieri. Purtroppo la politica è sorda rispetto a queste nuove richieste».

Questo ascolto da parte di chi è mancato?

«La disattenzione è della politica nazionale, in particolar modo di Speranza e Orlando, perché in realtà Donini ha portato il tema al tavolo nazionale».

Come valuta invece lo “stato di salute” del rapporto fra cooperazione sociale e pubbliche amministrazioni?

«Io alla politica locale, sia regionale sia territoriale, come voto do un 8 pieno. Durante la pandemia abbiamo visto che il nostro sistema di welfare mix ha tenuto perché le nostre cooperative sociali da sempre collaborano con le pubbliche amministrazioni. Una scelta che continuiamo a credere vincente, anche se faticosissima. Abbiamo avuto una Regione, unica in Italia, che ci ha riconosciuto i ristori, il pagamento dei Dpi e il maggior costo del personale: noi abbiamo dato 80 euro in più, in questi due anni, ai nostri lavoratori. Con i Comuni, che sono oltre 300 e hanno avuto comportamenti molto differenziati, abbiamo faticato maggiormente ma devo dire che, grazie all’articolo 48 del “Cura Italia”, da parte loro siamo riusciti ad avere ristori importanti».

Parliamo di servizi 0-6: proponete la costituzione di poli per l’infanzia. Come li avete pensati?

«Nel Pnrr ci sono 4,6 miliardi che sono a disposizione per l’obiettivo del 33% di frequenza degli asili nido – superato in Emilia-Romagna – in tutta Italia, che è l’obiettivo europeo. Io dico di candidarci per poter gestire parte di quei fondi sperimentando una nuova tipologia di servizio che accolga i bambini da 1 a 6 anni – perché fino a un anno, come avviene nei Paesi del nord Europa, sarebbe più utile supportare la genitorialità con forti congedi parentali – accompagnati da educatori che possano svolgere in continuità il loro lavoro. Poli per l’infanzia lontani dallo schema rigido della struttura aperta dalle 8 alle 16.30, che comprendano un ambulatorio pediatrico, un giardino con parco giochi accessibile anche a genitori e nonni che non frequentano i servizi, luoghi aperti il sabato e la domenica per iniziative culturali, di supporto alla genitorialità e di aiuto psicologico».

Andando oltre la separazione fra nido e materna dunque andrebbero modificati anche i percorsi di studi.

«Sì. Tutte le teorie pedagogiche parlano di un percorso evolutivo da 0 a 6 anni e noi oggi impediamo a un’educatrice con laurea triennale che lavora nei nidi di lavorare nelle scuole materne e viceversa. Purtroppo ci sono lobby incancrenite e antistoriche che, da parte sia sindacale sia universitaria, vogliono difendere i loro piccoli o grandi interessi. Noi per l’educatore proponiamo un percorso di laurea triennale, che tenga insieme la dimensione socio-sanitaria ed educativa-pedagogica, poi, come si fa in Francia, un anno di specializzazione: con gli anziani, con i bambini, con i tossici... Ma la base triennale deve permettere loro di lavorare comunque nei servizi».

Cosa chiedete invece per le cooperative di inserimento lavorativo di persone svantaggiate, fragili o vulnerabili?

«Maggiore riconoscimento. Intanto ricordo che parliamo di una forma di impresa, studiata in tutta Europa, che è la vera espressione di economia circolare perché è l’unico soggetto che mette insieme ambiente, sociale ed economia. A Modena dove lavorano per Aliante, ad esempio, ci sono ragazzi con sindrome di down che tagliano l’erba alla Ferrari e, grazie alla legge 17 del 2005, altre aziende come la Ducati, la Barilla, la Coop, Unipol e tante altre già affidano lavoro alle cooperative sociali di tipo B. Cooperative che concorrono con grandi player dell’ambiente e che crediamo debbano essere maggiormente premiate negli appalti, valutando con più punti quella che noi chiamiamo clausola sociale».

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