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le motivazioni degli intoccabili 

Bonini, cultura usuraia Ambrisi metteva paura e insieme governavano

F.D.

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Settanta pagine di analisi e riscontri, firmate dal dottor Pasquale Liccardo, presidente del collegio giudicante che ha condannato gli Intoccabili di Sassuolo. E nelle motivazioni della sentenza il tribunale offre alcune analisi su tutti gli imputati tra cui Adamo Bonini e Rocco Ambrisi.

Dell’imprenditore particolarmente attivo nel mondo della ristorazione, i giudici fanno riferimento ad una “cultura usuraia”. Vengono infatti analizzate le varie testimonianze registrate nel corso del dibattimento dalle quali emerge una “crudezza finanziaria dei rapporti economici intercorsi attraverso una rappresentazione personalistica delle finalità caritatevoli mai realmente esistenti”. Detta in altre parole: Bonini tentava di accreditarsi come persona amica e fidata ma le sue intenzioni nel prestare soldi a tassi usurai miravano ad altri scopi: aumentare la propria ricchezza.

E per farlo talvolta ricorreva al potere intimidatorio che garantiva Rocco Ambrisi come quando agirono insieme per far desistere un pizzaiolo ad aprire una piccola attività al taglio. Il dottor Liccardo, insieme ai giudici Danilo De Padua e Donatella Pianezzi, condividono l’idea che esistesse uno stato di soggezione manifesta da parte delle vittime che incontravano sulla propria strada Bonini e Ambrisi.

Il loro era un legame paritario, ognuno curava le proprie attività imprenditoriali ma alla fine insieme avevano un potere enorme sull’intera città. Drammatico il passaggio in cui si evidenzia come i due avessero voluto evidenziare “l’assenza di ogni doverosa alternativa istituzionale alle condotte poste in essere”. Si sentivano fortissimi.

Attraverso le loro condotte, Bonini e Ambrisi dimostrano di avere interessi contigui tanto che si parla di “forte cointeressenza esistente nel governo delle attività economiche del territorio, con riferimento a quelle caratterizzate da necessità di finanziamento”.

I giudici spiegano poi il motivo per cui hanno riqualificato l’accusa di tentata estorsione dei fratelli Mastrosimone alla cognata a cui hanno tentato di togliere la patria potestà della figlia dopo la morte del marito. Hanno invece a lungo analizzato il ruolo del carabiniere Giuseppe Cucinotta e i suoi legami con Bonini, non dando però particolare rilevanza a quel ruolo di prezioso “informatore” emerso in aula e che poteva giustificare certi attenzioni: l’investigatore non doveva assecondarlo né tentare di informarsi dell’indagine dei pm Natalini e Niccolini.

F.D.

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