Ma perché era in casa del padre violento? Quel campanello d’allarme sottovalutato
Non è bastata una segnalazione per maltrattamenti: la “valutazione del rischio” spesso non viene effettuata
ilaria bonuccelli
Partiamo da quello che non conosciamo del delitto di Varese. Non sappiamo perché il giudice (della separazione) abbia concesso al figlio di passare il Capodanno con il padre violento, con un procedimento per maltrattamenti. Non sappiamo perché il padre fosse agli arresti domiciliari senza il braccialetto elettronico. Non sappiamo perché l’uomo non fosse stato ritenuto dalla giustizia un soggetto violento, visto che risulterebbe aperto un procedimento di “codice rosso” per maltrattamenti in famiglia.
Ora passiamo a quello che sappiamo. Sappiamo che Davide Paitoni è, al di là delle segnalazioni anche nei fatti, un uomo violento: ha accoltellato un collega e per questo è ai domiciliari; il 1° gennaio ha sgozzato Daniele, il figlio di 7 anni; subito dopo ha accoltellato la ex moglie dalla quale si stava separando. Sappiamo che il quarantenne Paitoni è un «soggetto pericoloso»: così lo definisce la Procura di Varese. Sappiamo che nel giro di pochi giorni Paitone passa da essere un indagato innocuo a un killer pericoloso e fuggiasco. Infine, chiunque si occupi di violenza di genere sa anche non capita mai un femminicidio e un infanticidio dal nulla: sono sempre eventi estremi ai quali si arriva dopo fati “spia” che, spesso si sono ignorati. Quali sono stati in questa vicenda?
Ci sono tante domande senza risposta in questa vicenda. Ma ci sono alcune considerazioni possibili. La prima, banale, è che questo massacro è accaduto perché qualche cosa si è inceppato nel nostro sistema giudiziario. Iniziano dalla più evidente: perché l’indagato non era ai domiciliari con un braccialetto elettronico? Magari con un braccialetto elettronico anti-stalker, se davvero c’era un procedimento da codice rosso. Sarebbe comunque bastato un braccialetto ordinario: se lo avesse avuto, l’evasione da casa sarebbe stata subito scoperta. E magari almeno il tentato omicidio della ex si sarebbe potuto evitare. Ma – si obietterà, a ragione – il figlio lo avrebbe ammazzato lo stesso: lo ha sgozzato in casa propria. È vero. E infatti questo, a mio avviso ci rimanda al problema che sta alla base di tutto: la valutazione del rischio della situazione. Come detto all’inizio non sappiamo se il magistrato competente abbia valutato il pericolo che avrebbe corso Daniele a trascorrere il Capodanno con il padre. Ma dovrà spiegare se ha fatto questa valutazione e in base a quali elementi l’ha fatta. Non è una questione giuridica: è una questione culturale, dalla quale, però, discende l’atteggiamento del sistema nei confronti della violenza di genere. La valutazione, dunque. Quali elementi ha considerato? L’attivazione del codice rosso, i maltrattamenti familiari non hanno acceso una spia? Ma tutti i figli assassinati dai padri prima di riportarli alle mogli separate non hanno ancora insegnato nulla? Quanti bambini devono ancora morire?
Vorrei tanto che i magistrati che seguivano Paitoni (come indagato) e come padre separato, spiegassero: perché non hanno pensato che aver accoltellato un collega potesse essere un reato sentinella di una violenza che stava montando? Troppo superficiale pensare che l’aggressione al collega non è collegabile alla violenza domestica. Sarebbe stato più cautelare pensare a una miccia innescata. Non è un indice puntato questo. È una preoccupazione. Anzi un po’ di più: la conferma della conclusione alla quale è giunta pochi mesi fa la commissione di inchiesta sul femminicidio del Senato. I nostri magistrati, la nostra avvocatura, la nostra filiera istituzionale non è ancora formata a sufficienza seguire i casi di violenza. Ed è anche per questo che si fa fatica non tanto ad approvare leggi che proteggano di più le vittime, quanto ad applicare.
Se la violenza non si legge in modo corretto, difficile anche difendere le vittime reali. Sono più di dieci anni che la Convenzione di Istanbul prevede che gli Stati effettuino la “valutazione del rischio” delle situazioni nelle quali le vittime si vengono a trovare. Ma su questo l’Italia è agli albori. E lo dimostra in continuazione. Solo da pochi mesi è stata approvata la legge delega al governo per adeguare il codice di procedura civile al contrasto della violenza domestica, della tutela dei minori. Quando il governo si deciderà ad approvare la legge per quale è stato delegato dal Parlamento avremo una rivoluzione del diritto di famiglia: tribunale dei minori sostituito dal tribunale per le persone, per i minori e per la famiglia, con competenze sia civili che penali e sezioni distrettuali. Sarà vietata la mediazione familiare (nei casi di separazione) nel caso in cui uno dei due genitori sia destinatario di una condanna anche non definitiva o di provvedimenti cautelari (civili o penali) per reati di violenza sulle donne e violenza domestica previsti dalla normativa europea e dalla convenzione di Istanbul. Ma fino ad allora? Navighiamo a vista.
Non è semplice approvare una legge “generale” che vieti a un giudice di affidare a un genitore violento un figlio. Ma non lo deve essere effettuare una valutazione “in concreto”, senza privilegiare in automatico l’affidamento congiunto dei figli. Della bi-genitorialità. Invece questo è quello che accade in Italia al momento. Lo dimostrano tante decisioni assunte finora dai tribunali dei minori, in linea con il nostro ordinamento civile. Nelle cause di separazione, infatti, mai si parla di violenza fra coniugi, ma i maltrattamenti vengono sempre derubricati a “conflitti”. E spesso le madri che denunciano i padri sono definite isteriche. Poi diventano morte. O in lutto, per i figli uccisi.
Ilaria Bonuccelli
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