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Colpo alle baby gang con i primi due arresti: «Meglio chiamarli giovani criminali»

La psicologa Francesca Scalise analizza la situazione: «Le famiglie non si sono accorte di nulla? Sono perplessa» 


14 marzo 2022 Paola Ducci


MODENA. Riguardo al fenomeno baby gang che ha visto ieri mattina l’arresto di due diciottenni armati di pistola scacciacani con l’accusa di rapine ed estorsioni ai danni di ragazzini fragili, si è espressa la psicologa e psicoterapeuta Francesca Scalise.

«La prima riflessione che mi preme fare – afferma Scalise- è che questo caso abbia poco a che fare con azioni dimostrative adolescenziali che possono racchiudersi nella definizione di baby gang. Qui siamo davanti a due ragazzi maggiorenni che hanno fatto una scelta ben precisa e consapevole delle loro azioni e che si possono definire a tutti gli effetti autori di atti di deviazione criminale, ben organizzati e strutturati, visto che sono stati più volte ripetuti. Peraltro aggravati dalla scelta di colpire ragazzini fragili. Ma ciò che nella narrazione dei fatti balza all’occhio è che le famiglie dei due diciottenni, che comunque si sono dimostrate collaborative, hanno dichiarato di non sapere nulla. Ecco su questo io rimango veramente perplessa e a tratti scioccata».

Perché? Possono secondo lei i genitori non avere avuto il sentore della devianza dei loro figli?

«Francamente la trovo una cosa piuttosto impossibile. Ci sono sempre dei chiari campanelli di allarme che i genitori non possono non tenere in considerazione in modo da poter intervenire immediatamente sui propri figli con un lavoro di prevenzione. Ricordiamoci che quando la polizia suona alla porta è già tardi».

Quali sono i segnali di allarme che devono mettere in allarme un genitore?

«Per esempio le segnalazioni che provengono dalle istituzioni scolastiche o dalla rete parentale piuttosto che amicale. Spesso atteggiamenti devianti di questo tipo hanno una stretta correlazione con atteggiamenti sgradevoli che i ragazzi assumono a scuola nei confronti di insegnanti e compagni di classe. Verificare poi la loro sincerità così come la tipologia di frequentazioni. Nello stesso tempo però, oltre al dialogo, è importante istituire un controllo sui propri figli: è sempre importante chiedersi dove sono e cosa fanno quando non sono in casa».

Cosa è bene che facciano i genitori per prevenire?

«Intanto prendere sul serio i campanelli di allarme che possono provenire da varie fonti per fare poi una attenta valutazione dei fattori che potrebbero portare i ragazzi ad atteggiamenti devianti quali uno smodato utilizzo dei social, una eccessiva permissività che fa perdere di autorevolezza, così come amicizie considerate a rischio. A quel punto il durissimo e quotidiano lavoro di un genitore non sarà tanto quello di vietare, perché si rischia di incentivare il desiderio di trasgressione, ma di educare attraverso un buon bilanciamento tra il controllo di ciò che fanno i propri figli ed eventuali punizioni, ovviamente mai violente, e sempre giustificate. Ma soprattutto devono aiutarli a capire che persone vorranno avvero diventare. Questo non ci dà la garanzia che tutto vada a buon fine, il 50% delle scelte dei ragazzi dipende anche da loro».

Ha un ruolo la scuola in tutto questo?

«Assolutamente si, l’istituzione scolastica sta facendo un enorme sforzo educativo con progetti importantissimi sulla legalità, ma non può essere lasciata sola, le famiglie hanno il dovere di rafforzare e supportare l’asse educativo che la scuola propone».

E i genitori dei ragazzini più fragili, come possono aiutare i figli a non cadere vittime di azioni criminali?

«Cercando di proteggere il più possibile le fragilità con il potenziamento della rete di relazioni amicali sane, incentivandone le attività sportive, le passioni e gli interessi con la frequenza di gruppi, associazioni e altro che fungono da rete protettrice nei loro confronti, arginandone le solitudini di cui spesso sono vittime».



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