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San Prospero, «Era condannato a morte Così mio nonno lo ha salvato»

Nel 1945 Giuseppe strappò il mitra al tedesco che stava per uccidere Tito Uber, allora un bambino, ha incontrato i figli di quell’uomo e raccontato la storia 


25 aprile 2022 E.B.


SAN PROSPERO. Una storia di 77 anni fa, era il 1945 a pochi giorni della Liberazione. Una storia che ha attraversato il tempo, che il signor Uber ha raccontato al figlio Stefano. Uber era un bambino in quel ’45, aveva otto anni quando nella stalla della sua casa di San Prospero si trovò di fronte a una scena che non avrebbe mai dimenticato. Proprio quella scena diventata racconto. Giuseppe, il nonno dell’allora piccolo Uber, è in piedi con in mano la canna di un fucile. D’altra parte dell’arma, quella del grilletto, c’è un soldato tedesco. Siamo sul finire della guerra e il militare ha un ordine: uccidere una persona, farlo dentro a quella stalla. La vitta designata è Tito Pedretti, arrivato a San Prospero dalla zona Monte Sole. Dopo il terribile rastrellamento era stato preso prigioniero e portato nella Bassa per accudire le diverse mucche razziate. Mansione che era stato costretto a ricoprire fino a quel giorno, fino a quella decisione. I tedeschi, però, non avevano fatto i conti con il coraggio di nonno Giuseppe. Il contadino di San Prospero si para davanti al soldato, come racconta Uber, e gli strappa il fucile salvando così la vita a Tito.

Un gesto eroico, che Uber, ora prossimo agli 85 anni, racconta al figlio Stefano Lugli, docente universitario per Unimore.

E proprio grazie al figlio, Uber ha ripetuto sua storia a un “pubblico” particolare: Maria e Giuseppe, due dei tre figli, Evaristo è purtroppo venuto a mancare nel 2015, di Tito Pedretti. Un pranzo, organizzato da Stefano, e quindi il ritorno in quella casa, in quella stalla. Ad aprire le porte a Uber e ai suoi ospiti la famiglia Corradini che ora vive nella casa di campagna.

«Le mie ricerche presso l’Associazione vittime eccidi nazifascisti e il Comune di Marzabotto non avevano dato frutti – spiega proprio Stefano – Così ho deciso di lanciare una ricerca via social, in particolare su Facebook. Dopo pochi giorni ho ricevuto una segnalazione che mi ha permesso di parlare con Maria, era proprio la figlia di Tito. Quindi abbiamo organizzato un pranzo e siamo andati insieme a San Prospero dove mio padre Uber ci ha fatto rivivere la scena della quale è stato testimone 77 anni fa. I figli Maria e Giuseppe e i nipoti Ilaria e Roberto hanno potuto vedere per la prima volta i luoghi dove Tito fu accolto e salvato»

Stefano, a sua volta, torna sui fatti del ’45: «Il mio bisnonno, Giuseppe, senza un momento di esitazione afferrò il mitra e trascinò il soldato dal suo comandante. Riuscì a convincere l’ufficiale a non ucciderlo, anche se il graduato disse che sarebbero comunque tornati a riprendere Tito. Ma i tedeschi non tornarono». Negli anni, Tito ha avuto modo di venire nella Bassa per un saluto alla famiglia Lugli, in particolare a Giuseppe: «Quando scendeva portava sempre in dono le castagne».

Poi i contatti che, come capita con il passare del tempo, si interrompono. Almeno fino ad alcuni giorni fa, fino a quando Tito e Giuseppe si sono “ritrovati” ancora una volta in quella stalla grazie al racconto di Uber. Racconto che potrebbe diventare libro: «Sto raccogliendo tutto il materiale – spiega Stefano – per scriverlo».



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