Pavullo. Verica è rimasta senza bar e bottega: dopo 40 anni “Pizo” costretto a chiudere
Ieri per la prima volta le serrande sono rimaste abbassate La comunità si ritrova priva di servizi e luoghi di incontro
Pavullo. È stato un risveglio con un gran senso di vuoto ieri per gli abitanti di Verica.
Per la prima volta dopo 66 anni, uscendo da casa non hanno più trovato il crocevia della comunità, dove tutti passavano e si fermavano, anche solo per due chiacchiere. La serranda del mitico Bar Piccioli e dell’annessa bottega – una di quelle botteghe di una volta dove c’era un po’ di tutto – sono rimaste abbassate. Erano restate su anche nei momenti più cupi dell’emergenza Covid, dando un servizio fondamentale a questa frazione così bella e ricca di storia. E lo sarebbero state ancora. Ma il titolare dell’attività, Massimo Magnani, per tutti “Pizo”, ha dovuto gettare la spugna perché la proprietà dei locali non gli ha rinnovato il contratto di affitto in scadenza. È stato sostanzialmente sfrattato, dopo 40 anni tondi tondi di attività. Aveva cominciato infatti nel 1982, a 14 anni, affiancando l’adorato zio Pepo, che aveva ereditato la gestione dai genitori Enea Piccioli e Giannina, che aprirono nel 1956.
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A dire la verità il contratto di Massimo scade a fine maggio, «ma non me la sono sentita di prolungare l’agonia – spiega con la voce incrinata – col primo di maggio mi sono fermato, anche perché mi serve tempo per organizzarmi: devo liberare tutti i locali entro il 31». Il mancato rinnovo gli è stato comunicato una ventina di giorni fa: è stata una doccia fredda per lui, che già stava facendo i programmi per l’estate, e per tutti i verichesi. Che adesso non hanno più né un negozio né un bar: per prendere un chilo di sale bisogna andare in macchina a Pavullo, a 10 km, o fermarsi un paio di chilometri prima nella bottega di Campiano. E per chi, magari anziano, la macchina non la guida più, è un disastro.
Prima dell’addio i paesani hanno voluto stringersi a Massimo per una cena di saluto e ringraziamento. Venerdì sera lui ha fatto sfoggio di una gran cottura di paella, una sua specialità, ma è stata una festa strana, con sorrisi misti a occhi lucidi in certi momenti. Lui è rimasto senza lavoro: ieri mattina per non restare a pensare è andato a Gaiato a riaprire il bar di Villa Pineta che aveva in gestione prima che col Covid si chiudesse tutto. L’attività è ancora molto limitata, difficile pensare che possa bastare per andare avanti: «So che mi devo trovare un lavoro, prenderò quel che viene» dice rassegnato. «Io sarei andato avanti ancora all’infinito a Verica, ma è stato deciso così, e non per una questione di affitto. Non so cosa vogliano fare in quei locali, so solo che sarà un bel dispiacere svuotarli: abbiamo riso, scherzato, pianto anche, ma soprattutto siamo stati comunità lì dentro, tra innumerevoli ricordi».
A salutare domenica è venuto anche Domme, ragazzo Down a cui Massimo è sempre stato affezionatissimo: gli appendeva i disegni nel bar, gli portava a casa la spesa con la pandemia. «Ha pianto tanto poverino, ci è rimasto davvero male. Ma gli ho detto che ci vedremo comunque, perché verrò comunque a casa sua a portargli la spesa, anche se lavoro fuori Verica. In questi anni ho cercato soprattutto di dare un servizio alla comunità, di tenere vivo il paese: spero di lasciare un buon ricordo».
La perdita si farà sentire, in una Verica che già da un paio d’anni ha perso un altro fondamentale luogo di socializzazione come il centro sportivo “ I Fondi” (con bocce, calcio e tennis) rimasto senza gestione.
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