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Modena. Un datore di lavoro a una ragazza: «Sei lesbica? Allora fai tutti i turni festivi»

«Tanto non hai famiglia». È solo uno dei casi denunciati presso lo sportello Arcobaleno


17 maggio 2022 Alice Benatti


Modena. Insulti omofobi per avere chiesto a un cliente di indossare la mascherina per pagare alla cassa. Lo ha riportato alcuni mesi fa un impiegato di un supermercato modenese, offeso pubblicamente di fronte ai colleghi e agli altri clienti. Una ragazza lesbica che vive in città con la compagna ha invece raccontato che il suo datore di lavoro assegnava a lei tutti i turni festivi. Il motivo? A differenza dei suoi colleghi, «tanto lei una famiglia non ce l’aveva».

Sono solo alcune delle storie di discriminazione arrivate allo Sportello Arcobaleno dal 25 novembre, giorno in cui è stato inaugurato presso la Cgil di Modena.

«Tra i casi pervenuti quelli relativi a persone transgender che faticano a trovare lavoro perché sui documenti anagrafici delle stesse è riportato ancora il loro “dead name” cioè il nome che non utilizzano più in quanto associato al sesso/genere assegnato loro alla nascita – riporta il presidente di Arcigay Modena Francesco Donini, che gestisce il servizio attivo due giovedì al mese – questo problema li costringe a lavorare in nero o a decidere di prostituirsi».

Dalla sua apertura sono state una ventina le persone che si sono rivolte allo Sportello Arcobaleno, nato con l’intento di offrire ascolto a chiunque abbia subito, in qualsiasi contesto della propria vita, episodi di violenza o discriminazioni fondate sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità.

«Uno degli obiettivi della creazione di questo spazio sicuro è quello di fare emergere il sommerso che sappiamo esserci», sottolinea Donini, che racconta di avere notato due trend interessanti riguardanti la vita dello sportello.

«Capita che persone che si rivolgono alla Cgil di Modena per questioni puramente sindacali finiscano per riportare incidentalmente episodi legati a difficoltà personali riguardanti l’elaborazione della propria identità affettivo-sessuale – spiega – così viene loro segnalato lo sportello, luogo in cui avanzare la propria richiesta di delucidazioni in merito e venire a conoscenza delle opportunità giuste per iniziare a lavorare su questo aspetto di sé».

E continua: «Un’altra tendenza che ho visto è quella di persone che, presso lo sportello, condividono una serie di problematiche, anche originate da discriminazione omo-lesbo-bi-trans-intersex-a-fobica, affrontate sul proprio luogo di lavoro e allora siamo noi a fare da ponte verso le persone che all’interno del sindacato possano occuparsene. Queste ultime sono persone della comunità che, probabilmente, se non ci fosse stato questo spazio, non si sarebbero mai rivolte al sindacato e il motivo è che non avrebbero mai pensato di poterlo fare. Questo perché, per via della condizione del minority stress, le persone della comunità LGBTQIA+, abituate a non essere previste a livello socio-normativo, pensano di meritare le discriminazioni che subiscono e replicano questo senso di colpa in tutti gli ambiti della vita compreso quello lavorativo».


 

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