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L'editoriale / Terremoto nella Bassa 2012 - 2022 Dieci anni di coraggio


20 maggio 2022 Giacomo Bedeschi


 
MODENA Dieci anni di coraggio. Ne è servito tanto. Per scavare con le lacrime agli occhi, mentre si piangevano i morti. Per guardare la propria casa ferita, crollata. Per dormire in una tenda sapendo di aver perso tutto. Per non avere più certezze. Per vivere l’oppressione della paura, il terrore che la terra potesse scuotersi ancora. E per rialzare la testa, ricostruire, ripartire, anche trasformando un tendone in una fabbrica. Ho ripreso dai nostri archivi le pagine di quei giorni. “Strage di innocenti”, “Abbracciamoci”, “Coraggio”. Quei titoli, oltre a raccontare il dramma, dicevano già molto dello spirito di questa gente, la nostra gente. La voglia di riappropriarsi della propria esistenza, pur non dimenticando i lutti. Non posso immaginare quale sia il sentimento di chi sa di rischiare la vita. So quello che, in questi giorni di ricordo, mi hanno raccontato i colleghi che allora erano qui. Che lavoravano per testimoniare la tragedia con l’angoscia per i propri familiari. Tra i messaggi che arrivarono di solidarietà mi piace ricordarne uno che fu inviato dall’Abruzzo.
 
«Vi sono vicino, sto rivedendo le immagini di distruzione e sento notizie di morte. Un incubo senza fine. Forza». Era di Giustino Parisse, giornalista pure lui al quotidiano Il Centro. Tre anni prima aveva perso il padre e due figli nel terremoto dell’Aquila. Capiva lo strazio. Lo riviveva insieme alla gente dell’Emilia. Per questa terra, in un triangolo di morte e rovine chiuso tra Modena, Ferrara, Reggio Emilia e Bologna, unito nel disastro anche alla provincia di Mantova, furono giorni tremendi. Di un terremoto mi ha sempre spaventato il senso di assoluta impotenza che lo accompagna. Non puoi prepararti, spesso non puoi fuggire. Puoi solo sperare che ti risparmi. E, se accade, poi ti resta addosso il peso del panico. “Fratture, storie dal sisma” è un volume collettivo che fu pubblicato pochi mesi dopo il terremoto dell’Emilia e spiega bene questo stato dell’anima e del corpo.
 
«Dalla seconda scossa non mi sdraiai nel mio letto per almeno un mese: non provi più quel senso di sicurezza che solitamente la propria casa garantisce. Devi riappropriarti di quegli spazi, riprendere fiducia in quei luoghi. Il piano terra dava più sicurezza mentalmente. Rientrai in casa, ma le prime sere dormivo sul divano, vestito, con le scarpe, la valigia pronta, addormentandomi solo per sfinimento, sperando di passare 4-5 ore di sonno in pace. Il terremoto ti rimane dentro. Quel rumore cupo che anticipa la scossa mi ha accompagnato per giorni, tanto che ad ogni rumore sospetto mi bloccavo pronto a sentir tremare la terra sotto i piedi. Il tremore rimane nei muscoli, continui a vibrare convinto siano altre scosse, ma sei solamente tu». Eppure quel tremore non impedì di risollevarsi, facendosi l’un l’altro coraggio. Lo dicono le immagini delle nostre città, dei paesi che furono colpiti. Oggi il 95% di ciò che era distrutto o inagibile è di nuovo in piedi, aperto, grazie a uno sforzo trasversale di cittadini e istituzioni.
 
Ma anche delle imprese. Perché quello dell’Emilia fu anche un terremoto “industriale”, con capannoni, fabbriche e aziende crollati sui lavoratori. Paolo, Biagio, Matteo, Giordano, Tarik e altri come loro. Erano operai, imprenditori. Sorpresi e uccisi dalla rabbia della terra mentre erano al lavoro. Siamo una grande comunità, fatta di brava gente. E ha ragione Vittorio Sgarbi quando dice, in queste pagine, che in Emilia il terremoto sembra non esserci stato. Tutti hanno lavorato per la ripresa. Dieci anni dopo restano il ricordo e la memoria delle vittime, del dolore, dell’impegno e della solidarietà. E questo gli emiliani non vogliono cancellarlo. 

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