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cronaca

Terremoto, 10 anni dopo. Massimo Valerio Manfredi «Non abbiamo aspettato che tutto ci cadesse dal cielo»


20 maggio 2022 Massimo Valerio Manfredi


CASTELFRANCO Il terremoto che ha sconvolto la Bassa Modenese 10 anni fa si è fatto sentire anche a Modena e nelle località vicine. 
Dalle nostre parti, nel territorio di Castelfranco e Piumazzo, dove abito, il disastro avrebbe potuto essere ben peggiore o addirittura una catastrofe. 
 
Invece no; i vasi della terrazza della mia casa, per esempio, non si sono mossi. 
I miei amici sono corsi fuori dalla camera degli ospiti un po’ spaventati, ma niente di più. Certo, si sono registrati anche dei danni a Piumazzo: la scuola dove tutti noi abbiamo imparato a leggere e a fare conti, ha avuto qualche danno, ed è stata dichiarata non agibile e ci sono voluti anni prima che si ricostruisse.
In poche parole, i danni dalle nostre parti sono da considerare di media entità, rispetto ai disastri che il terremoto ha portato nei paesi della Bassa. E, come accade in momenti tragici, è scattata la gara di solidarietà concreta: quella degli aiuti.
 
Per parte mia ho fatto parte di un gruppo di scrittori convocati per scrivere delle riflessioni o anche racconti che sono stati poi pubblicati a favore di chi era stato danneggiato dai terremoti.
Cantanti ben conosciuti in luoghi anche molto popolari parteciparono anche a iniziative pubbliche, fra le quali la ricostruzione di biblioteche. Mia figlia Giulia, allora all’università, si è data da fare in prima linea in un paesino vicino a uno degli epicentri, Concordia.
 
L’aspetto fondamentale da segnalare è che le persone non persero tempo e si rimboccarono subito le maniche, a partire da tanti imprenditori che non si diedero per vinti e si aiutarono a vicenda per fare ripartire le loro aziende. 
 
In ogni caso, molte le difficoltà da affrontare, soprattutto nelle località in cui la gente non era abituata a forti scosse sismiche. 
Ma ciò non ha significato che non si potesse mettere a disposizione le proprie forze, quanto possibile per riprendere i lavori al più presto, senza aspettare che tutto cadesse dal cielo. 
Il terremoto porta ferite, danni, dolore e, in particolare, paura per chi non può muoversi senza aiuto. E’ inquietante pensarci. Io ne parlo soltanto in uno dei miei romanzi: “Quaranta Giorni,” dove la storia comincia addirittura sul Golgotha. Il fragore è documentato dai quattro Vangeli. 
 
Ma bisogna anche dire che l’aiuto reciproco non manca mai. 
È quanto ho potuto constatare, nel 1980, durante il terremoto in Irpinia. 
In quell’anno, saputo del disastro, mi gettai assieme ai miei colleghi direttamente dalla Turchia in Irpinia, dove mi era stato chiesto se potevamo ricostruire la facciata di una grande chiesa che era crollata a pezzi e che ripristinammo pezzo per pezzo sul cortile di una scuola media. 
 
Riportammo in una chiesetta quasi tutte le statue lignee e policrome trovate nei luoghi. Una vecchietta, visto ciò che stavamo facendo, implorò uno dei miei colleghi che aprisse la porta perché potesse pregare il suo santo preferito.
 
La cosa era praticamente impossibile, ma quando si trovò di fronte al suo santo, si inginocchiò e mi ringraziò emozionata. I miei colleghi diedero manforte per salvare non pochi oggetti d’arte di grande valore. 
I nostri Alpini non avevano più i mezzi per trasportare i nostri reperti fino a Napoli, ma dove mancavano gli attrezzi meccanici, potevamo supplire con le braccia. Così gli Alpini si resero conto che non eravamo solo dei professorini.
 
Da noi le cose sono andate un po’ diversamente da quelle dell’Irpinia, dove ci sono voluti decenni per la ricostruzione. In Emilia Romagna mi risulta che si sia fatto tutto il possibile per venire incontro alle esigenze dei terremotati.  l
 

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