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Terremoto Emilia, il simbolo: la torre di Finale a metà vissuta 12 ore

L’orologio di Finale, simbolo del sisma, crollò dopo aver fatto il giro del mondo Gelati (Ausl): «Impossibile scordare la lunga fila di ambulanze davanti agli ospedali»


20 maggio 2022


i Francesco Dondi

Maria Pia Balboni è una delle depositarie della memoria storica di Finale.

Si avvicinò al centro in bici, vide la torre dei Modenesi che spiccava semifiera nello scorcio di via Torre Portello. Le lacrime arrivarono senza vergogna. «No, no – urlava – non la nostra torre, non il nostro Finale. Lo dicevo da anni, bisognava intervenire. Dovevamo essere un polo storico turistico e adesso cosa resta?». Piangeva Maria Pia, piangeva come tanti altri che in quel 20 maggio si accorsero di ciò che non avrebbero mai più avuto la possibilità di vedere. Monumenti che erano lì da secoli e che alle 4 se ne erano andati per sempre.

La torre dell’Orologio di Finale dimezzata è diventata il simbolo del sisma, ha fatto il giro del mondo, ha conquistato la copertina sulle riviste più importanti. Forse mai un’immagine così effimera ha avuto un impatto così potente: poco dopo le 16, infatti, l’ennesima scossa l’aveva fatta definitivamente crollare, cancellando in mezza giornata la foto più rilanciata in quelle ore.

Dieci anni dopo la torre ancora non è stata ricostruita e rimane il moncone. I mattoni sono stati tutti catalogati e rimangono sui bancali perché in futuro qualcosa succederà di bello.

Figurarsi che anche Coca Cola si era interessata per finanziare il recupero ma non se ne fece più nulla. Di fronte, però, è stata realizzata una struttura in acciaio dove hanno collocato un orologio che rievoca quello dimezzato. È una riproduzione del vecchio quadrante ed è stato donato a Finale da Mauro Bedon e dall’associazione “X Bea” di Santhià sempre attiva nel sociale.

Chi nel sociale ci lavora con costanza è Luca Gelati, attuale dirigente Ausl, nel 2012 coordinatore infermieristico dei pronto soccorso degli ospedali di Mirandola e Finale. In quei giorni la pressione era immensa e ancora si emoziona nel ricordare. «Il 19 maggio avevo prestato la mia casa a Andrea Dellepiane, collega di Genova – ricorda – Quando venne il terremoto ho subito pensato a lui... Cosa poteva essergli successo in un contesto che non conosceva. Lo raggiunsi subito, aveva già tranquillizzato tutti i condomini e poi ci diede una grande mano in pronto soccorso. Ricordo quei momenti, la lunga fila di ambulanze con impresso i nomi di tutti i paesi delle province qui intorno: servivano per evacuare gli ospedali mentre noi preparavamo il pronto soccorso di Mirandola. Ci sono stato dentro oltre un giorno consecutivo e ricordo i miei tanti colleghi che volevano tornare in turno. Dopo il grande sconforto iniziale ha prevalso l’adrenalina e credo che si sia fatto un grande lavoro. In quei mesi si è formata la classe dirigente dell’emergenza urgenza dell’Ausl di Modena: c’era il dottor Carlo Tassi, a cui è seguito Stefano Toscani, Geminiano Bandiera e anche io. Lo dico con grande orgoglio ed emozione anche perché la mia casa e quella dei miei genitori hanno avuto problemi e ho perso due grandi amici come Matteo Serra e Eddy Borghi. È impossibile dimenticare».

Chi ha fatto in modo che nulla andasse dimenticato è Fabio Montella, scrittore e storico che di quei giorni e mesi a Mirandola è depositario della memoria. «Insieme all’allora sindaco, Maino Benatti, ho pensato e dato vita al Centro documentazione sisma di Mirandola perché la memoria di un evento così importante per le nostre vite non andasse dispersa – spiega –. Ricordo che la prima iniziativa pubblica non è stata una “parata” di autorità o un salire in cattedra per dire quanto eravamo stati bravi. Al contrario, ci siamo messi in ascolto: abbiamo invitato a Mirandola persone che avevano vissuto esperienze simili alle nostre e che avevano contribuito a fare storia e memoria dei loro terremoti: quello del Friuli, del Belice. Volevamo capire, imparare. A dieci anni di distanza dal sisma, la cosa peggiore che possiamo fare è autocelebrarci».l



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