Gazzetta di Modena

Modena

Terremoto Emilia. Ligabue: «Facciamo la nostra parte portando avanti i valori della vita»

Chiara Cabassa
Terremoto Emilia. Ligabue: «Facciamo la nostra parte portando avanti i valori della vita»

3 MINUTI DI LETTURA





 
Prima ancora che un indimenticabile concerto, un atto d’amore per la propria terra. Perché questo è stato Italia Loves Emilia, fortemente voluto da Luciano Ligabue e andato in scena il 22 settembre 2012 al Campovolo. Un evento a cui hanno preso parte 13 grandissimi artisti, da Zucchero a Jovanotti passando da Fiorella Mannoia e Renato Zero, con 150.831 biglietti venduti. Scopo dell’iniziativa, ideata dal Liga con Claudio Maioli e Ferdinando Salzano, quello di raccogliere fondi per aiutare le popolazioni colpite dal terremoto.
 
Luciano, sta avvicinandosi un grande evento per te, al Campovolo. Ma noi non possiamo dimenticare quello che hai inventato, al Campovolo, dieci anni fa. Non solo una raccolta di fondi ma un gesto concreto d’affetto per la “nostra” gente. Ti ricordi il momento in cui nacque in te il desiderio di fare qualcosa e poi la decisione di mettere in piedi un concerto?
 
«Subito dopo il terremoto mi erano arrivate tantissime chiamate da colleghi. Dicevano che avrebbero aderito a qualunque iniziativa pensassi di mettere in piedi. Mi ero consultato con il mio amico-manager Maioli e subito avevamo deciso che c’era da fare qualcosa ed era da fare a Campovolo. Ancora oggi credo che quello sia stato il capolavoro organizzativo di Maioli. Una serata meravigliosa con un’armonia difficile da dimenticare fra cantanti, gruppi (ognuno con l’ego tenuto fuori dal nostro aeroportino), tutti i tecnici e tutta quella gente venuta da ogni parte d’Italia per dire che non ci si poteva dimenticare di chi era stato sfollato dalla propria casa o aveva perso il lavoro o qualche caro».
 
È questa l’ennesima prova di quanto possa fare la musica e di quanto possano fare gli artisti davanti al dolore. Quando hai toccato davvero con mano il potere terapeutico della musica, il suo valore aggiunto?
«Uno dei poteri della musica è quello di fare sentire meno soli. In quel caso è stato particolarmente importante provare a metterlo in pratica perché abbiamo fatto quel concerto a sei mesi dal terremoto quando i riflettori dei media su quella tragedia erano quasi spenti. Ma i problemi rimanevano eccome. E le vittime avevano ancora bisogno di attenzione».
 
La “nostra” gente, anche nel caso del terremoto di dieci anni fa, si è tirata su le maniche, ha iniziato subito a costruire, si è dimostrata tanto pragmatica quanto attaccata alle radici, alla propria terra. Quanto senti di appartenere a questa gente?
«Mi sento reggiano dalla punta dei capelli a quella dei piedi. Non è un caso che vivo nello stesso paese da più di sessant’anni. “Tirarsi su le maniche”, poi, è sempre stata una qualità speciale della nostra gente in cui mi riconosco. Come pure l’attaccamento alle radici».
 
Tu, Luciano, parlasti in quei giorni della paura del terremoto come di “un inquilino che resterà a lungo nei cuori e negli occhi di chi è stato costretto a subirla”. Quella paura la senti ancora?
«Il terremoto ti ricorda il senso di precarietà in cui possiamo versare da un momento all’altro e la nostra mancanza di controllo su molti degli eventi che ci capitano. Avevo vissuto con un grosso patema anche quello del ’96 con epicentro a Correggio. In quel caso fui costretto io a sfollare da casa mia. Quando la terra trema, chiunque abbia già provato quell’esperienza, viene assalito dallo stesso panico».
 
Negli istanti più terribili, quando le scosse non parevano fermarsi… qual è stato il tuo primo pensiero, l’emozione più forte, la prima telefonata.
«Quello che arrivò alle quattro di notte, mi svegliò, vidi il panico di mia moglie, corsi nella camera di mia figlia. Non appena smise pensai subito che se l’epicentro non era sotto i nostri piedi, quel terremoto doveva per forza essere stato devastante. Poi chiamai mia madre che viveva da sola. Per fortuna era solo spaventata».
Come combattere la paura? O come tenerla a bada, la paura del terremoto, della guerra del futuro…
«In questi giorni terribili è impossibile non avere orrore della guerra e non averne paura. La cosa migliore che possiamo fare penso sia non farci fermare dalla paura, continuare a fare la nostra parte, procedere portando con noi i valori che danno un senso al nostro andare avanti».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google