Terremoto, il crollo dei capannoni: nessuna colpa
Processi sui crolli di Haemotronic, Meta, Sant’Agostino, Tecopress e Ursa A Modena tutti assolti o archiviati, a Ferrara una sentenza storica e ceramica nel limbo
«È evidente come, pur a volere individuare una colpa generica delle singole persone fisiche che nell’ambito dei singoli enti si siano interessati alla gestione dell’emergenza post sisma, dovrebbe poi accertarsi il nesso causale nel reato omissivo colposo, dunque la prova che la condotta alternativa lecita avrebbe evitato, con elevata probabilità, l’evento mortale». Le parole del giudice modenese Eleonora Pirillo sono la plastica fotografia di come le indagini sui crolli dei capannoni e i morti del terremoto siano state complesse e talvolta prive di nessi causali. Perché dai procedimenti che hanno superato il primo vaglio delle procure di Ferrara e Modena sono arrivate pronunce giudiziarie assai diverse.
Si parte da un’unica certezza, confermata dai vari approfondimenti e a Modena da un incidente probatorio, quello eseguito alla Haemotronic di Medolla dove morirono 4 persone: i tecnici non hanno avuto alcuna responsabilità. Le strutture erano quindi adeguate alla blanda normativa antisismica del 2012. Non ci sono stati abusi di rilevanza penale nell’edificazione come certificano il fascicolo Haemotronic (è però stato sentenziato un risarcimento civile da 1,4 milioni a favore di due famiglie), e così anche nel Ferrarese, per gli altri procedimenti su Ceramica Sant’Agostino, Ursa (Stellata Bondeno) e Tecopress (Dosso).
Più complessa, invece, la vicenda per la Meta di San Felice dove un tecnico, che certificò gli interventi dopo il 20 maggio, ha potuto usufruire della prescrizione. Ma di fronte alla estraneità penale di progettisti, collaudatori, direttori lavori, alla fine sono stati gli imprenditori e i responsabili della sicurezza nelle aziende ad essere, in parte, considerati responsabili della morte. Ma anche su questo fronte si è proseguito a macchia di leopardo: a Modena, ad esempio, sono arrivate le archiviazioni e le assoluzioni in via definitiva; a Ferrara, invece, si va dall’assoluzione alla Sant’Agostino (su cui però incombe la richiesta di appello formulata dalla procura fissata a novembre) fino all’unica condanna che ha fatto giurisprudenza dei vertici di Tecopress per violazione delle norme di sicurezza (giudice Giacomelli, “il capannone non era idoneo, l’operaio morì senza ripari perché non formato e informato sulle vie di fuga”) per giungere al patteggiamento di quattro manager di Ursa sempre per violazioni di regole che se applicate, sostenne la procura, avrebbero potuto evitare la tragedia. I morti sono quindi stati causati da una serie di casualità impreviste e improvvise: le normative non imponevano contromisure antisismiche tali da resistere a scosse violente e neppure gli interventi d’urgenza tra 20 e 29 maggio avrebbero potuto escludere a priori «l’evento mortale». l
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