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Terremoto in Emilia / L'esperto Terremoto padano, una realtà che non va sottovalutata

Terremoto in Emilia / L'esperto Terremoto padano, una realtà che non va sottovalutata

Caputo (Unife): la pericolosità sismica rimane non trascurabile L’importanza di costruire edifici in sicurezza e di promuovere la cultura sismica

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Il sisma del 2012 è stato un fortissimo campanello di allarme che ha messo in evidenza le potenzialità distruttive di un terremoto. Il 20 maggio 2012 e i giorni successivi dello sciame sismico sono stati quindi una sorta di spartiacque – anche e soprattutto psicologico – e di colpo: con morti, distruzioni e macerie, nella memoria collettiva emiliana da dieci anni è entrato anche il terremoto tra i pericoli su cui prestare attenzione. 
«Avere paura – inizia la riflessione il professor Riccardo Caputo, docente di Geologia dei Terremoti nel Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra dell’Università di Ferrara, tra i massimi esperti in questa materia – non è una cosa di per sé negativa, intendiamoci non deve diventare ossessione o mania, ma non sottovalutare i pericoli è una cosa che può aiutare molto, soprattutto in questo campo. Possiamo ad esempio usare alcuni accorgimenti che possono sembrare palesi, ma in realtà possono diventare particolarmente utili. Dall’ancorare i mobili alle pareti, ad evitare di posizionare scaffalature di libri sopra la testata del letto o di un divano, far verificare il grado di resistenza degli edifici in cui viviamo e lavoriamo e, se necessario, rafforzarli e avere sempre presente cosa fare in caso di scosse». 
 
Il terremoto però arriva quando meno te lo aspetti, è pressoché impossibile prevederlo? 
«Non è vero in assoluto che i terremoti non si possano prevedere, attualmente infatti conosciamo ragionevolmente bene dove sono le principali strutture tettoniche attive e, quindi, quali sono le aree con maggior probabilità di occorrenza di futuri eventi; nonostante le incertezze è anche possibile stimare la magnitudo massima che tali strutture possono generare e fare scenari sulla distribuzione degli scuotimenti e quindi delle intensità macrosismiche. Anche da un punto di vista cronologico possiamo dire qualcosa e dare previsioni a lungo termine nell’ordine dei secoli. Quello che ancora ci manca, invece, è la capacità di previsione a breve termine e cioè per finalità di protezione civile; poter prevedere, ad esempio 12 o 48 ore prima, permetterebbe interventi di evacuazione. Si risparmierebbero vite umane, ma gli edifici costruiti male o senza criteri antisismici crollerebbero lo stesso». 
 
Rispetto al 2012 cosa è stato fatto dal punto di vista scientifico, con ripercussioni a livello pratico? 
«Eravamo già ben consci delle principali criticità del territorio e del potenziale sismogenico del sottosuolo della pianura emiliana. Ovviamente la ricerca non si ferma mai e l’impulso che le indagini scientifiche hanno avuto nell’ultimo decennio ha comunque permesso di migliorare le nostre conoscenze del territorio, sia relativamente alle strutture tettoniche profonde che causano i terremoti, sia riguardo la porzione più superficiale del sottosuolo (primi 20 metri) la cui mappatura dettagliata è fondamentale per progettare gli edifici in sicurezza. Ad esempio, in questi anni per tutta l’area epicentrale sono stati effettuati molti studi di microzonazione sismica alla scala comunale e ciò ha permesso e permetterà anche una migliore pianificazione territoriale». 
 
È cambiata anche la mentalità di costruire, c’è più attenzione ora ai rischi sismici. 
«Le norme tecniche di costruzioni antisismiche, presenti già nel 2008, prima quindi del terremoto, sono state aggiornate nel 2018. Resta però fondamentale la conoscenza geologica del territorio che è l’unica che ci può permettere di valutare correttamente e realisticamente la pericolosità sismica, sia alla scala regionale che alla scala urbana, e qualsiasi azione di mitigazione del rischio si voglia affrontare, essa deve comunque partire da tale conoscenza». 
 
A proposito di mappe di pericolosità, come siamo messi? 
«Posso soltanto dirle che in Commissione Grandi Rischi l’aggiornamento delle mappe nazionali di pericolosità sismica è nelle fasi finali di verifica anche se, proprio sulla base di quanto ho detto prima, il giorno dopo sarà necessario che la comunità scientifica si rimetta a lavorare per una nuova generazione di mappe». 
 
Qualcuno critica l’attività estrattiva e anche la geotermia, indicandole come potenziali stimolatori di terremoti. Cosa risponde visto che come sismologi di UniFE avete anche il compito di monitorare il giacimento di Casaglia vicino a Ferrara? 
 
«In oltre 30 anni di funzionamento della rete sismica dedicata al monitoraggio del serbatoio geotermico di Casaglia, non è stato documentato alcun evento sismico attribuibile alle attività antropiche ed in particolare alle operazioni di emungimento e reiniezione nei pozzi». 
 
Professore, per concludere...
«Ribadiamo che la pericolosità sismica del nostro territorio rimane non trascurabile. Considerando che su di essa l’uomo non ha alcun “margine di manovra”, bisogna continuare a diffondere quella che io chiamo “cultura sismica” che, a partire dal singolo cittadino e fino alle autorità amministrative e politiche, indirizzerà e spronerà a sviluppare tutte quelle azioni volte alla mitigazione del rischio sismico come, ad esempio, il rafforzamento degli edifici o l’assunzione di atteggiamenti più virtuosi anche quotidiani; questo non vuol dire andare in giro con il caschetto, ma occorre tener ben presente che il terremoto è una realtà da non sottovalutare». 

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