modena
cronaca

Terremoto in Emilia. La notte in cui la terrà tremò Una cicatrice profonda che resta


20 maggio 2022 Elisa Pederzoli


Il terremoto è come una cicatrice sulla pelle, ma più profonda: è nella memoria. In un punto profondissimo nel cuore, è un solco che resta. Che anche quando è finito, quando sembra dimenticato, a volte torna a pulsare. Come quelle vecchie ferite di incidenti passati, che restano lì a ricordarti quello che hai vissuto.
 
Il 20 maggio di dieci anni fa, alle 4.03, stavo dormendo quando la terra ha tremato. Dormivano in tanti in quel sabato notte di maggio dalle temperature miti. Mi ricordo che la sera prima Modena era bellissima, profumata d’estate. C’era la Notte bianca, ma senza spettacoli in segno di lutto per l’attentato di Brindisi in cui perse la vita una studentessa. Era da lì che venivo. Una tragedia lontana che aveva scosso però tutto il Paese. Le piccole scosse che in quei giorni facevano sussultare i pensieri, però, parevano niente più di uno scherzo. Un solletico della Terra di cui non era necessario tenere conto. Perché non eravamo all’Aquila, pensavamo. Perché nella pianura sabbiosa l’unica preoccupazione semmai doveva essere l’afa, non certo il terremoto: una convinzione sbagliata figlia di generazioni che, in effetti, il terremoto non l’avevano mai conosciuto.
 
Alle 4.03 abbiamo capito che non era così. E lo abbiamo capito per sempre. Il letto nella casa colonica, vecchia di un paio di secoli, che mi ospitava ha iniziato a tremare fortissimo, in quel buio di primavera che odorava di tigli e pareva doverci riparare dalle cose brutte del mondo. Invece c’eravamo dentro, imprigionati in un grande setaccio spietato che non la smetteva di sbatterci. Eravamo come in mano a un gigante che aveva preso il nostro pezzo d’Emilia – da Ferrara lungo il confine tra il basso Mantovano e il Modenese, fino alle terre di Guastalla e oltre – e lo aveva buttato in aria e poi capovolto, rimescolato. E noi dentro. E noi senza parole, senza fiato, senza il coraggio di guardare.
 
Quanto è durata la prima scossa? Manciate di secondi, si disse: un tempo che non si riesce neanche a percepire quando va tutto bene; un tempo infinito quando la Terra trema, la faglia si arrabbia, sbatte e ruggisce. 
Ero a Medolla, quella notte. A pochi chilometri dall’epicentro del sisma, magnitudo 5,9 che ha segnato in maniera indelebile l’Emilia. Ricordo che la prima parola che sono riuscita a mettere a fuoco e a pronunciare quando tutto si è fermato è stata: «Inagibile». Un termine tecnico, pescato dal vocabolario della cronista che il terremoto, quello degli altri, lo aveva solo raccontato. E credeva di sapere che cos’è. Ed era veramente inagibile quella casa crepata, sconquassata, ricoperta di libri, cd, mobili, pezzi di vita bella – la nostra – fatta a brandelli e buttata via, mescolata a calcinacci e polvere. E fuori di lì – con noi in salvo, per fortuna – iniziava il dramma della devastazione del terremoto: il comignolo di mattoni precipitato sulla mia auto, i finestrini scoppiati, il tetto sfondato. La chiesa vicina decapitata del campanile – e così ancora resta, a Camurana, la piccola antica pieve, dieci anni dopo – i capannoni spanciati. 
 
E poi le sirene delle ambulanze e dei vigili del fuoco; la gente fuori di casa in pigiama, avvolta nelle coperte, accampata senza il coraggio di rientrare nemmeno dove le case erano salve, con gli occhi stravolti da un’alba mai tanto ostile: sono il film che ho visto, vissuto e raccontato di quella giornata che ancora mi passa davanti agli occhi e non dimentico. Memoria, e cicatrice.
 
Dei nove giorni che hanno fatto da intervallo tra il primo e il secondo grande terremoto emiliano, mi ricordo l’iniziale sollievo e, poi, una sinistra inquietudine. E se ricapitasse? Mi chiedevo; ci chiedevamo in tanti senza volerci credere davvero. E come un macabro scherzo del destino, quel maledetto è ritornato, forte e spietato. 
Alle 9 del mattino del 29 maggio la terra è tornata a tremare. E poi ancora alle 12.55 e alle 13. Tre scosse fortissime – di magnitudo 5,9, 5,5 e 5,0 – così determinate da abbattere quello che il 20 maggio era rimasto in piedi. Non solo le case, i capannoni, le chiese, ma anche la speranza e la fiducia. Quelle che avevano fatto tornare al lavoro, e nelle case, in chiesa, i lavoratori, i tecnici, le donne, gli uomini, il parroco di Rovereto. E che invece, disgraziatamente, in quella tragica giornata di sole hanno trovato la morte. 
 
Ero a Reggiolo, quella mattina. Mentre dalle province vicine arrivavano notizie da bollettino di guerra, nella piazza accanto alla rocca trasformata già da giorni a centro operativo ho visto uomini e donne, amministratori, vigili del fuoco, forze dell’ordine e l’allora sindaca Barbara Bernardelli mettere da parte la paura e la disperazione per ergersi a punto di riferimento per la propria comunità. 
 
È stato uno straordinario sforzo che quel giorno e nei giorni e nei mesi a venire – a Reggiolo, come a Concordia, Mirandola, San Felice, Finale Emilia, Cento, Sant’Agostino e in tutti i paesi feriti dal terremoto – ha dato vita a un movimento capace di creare un fortissimo senso di comunità. È stato ciò che ci ha spinti avanti, che ci ha salvati. 
 
È stato un balsamo potentissimo su quella ferita sanguinante, poi divenuta cicatrice. Quella cicatrice che ancora oggi pulsa e fa male ogni volta che la seggiola trema, anche quando non è il terremoto, e ogni volta che il terremoto invece torna, qui o altrove. Come quando abbiamo visto Amatrice, e gli altri borghi del centro Italia, distrutti e piangere tante vite.

Gruppo SAE (SAPERE AUDE EDITORI) S.p.A, Viale Vittorio Alfieri n.9 - 57124 Livorno - P.I. 0195463049


I diritti delle immagini e dei testi sono riservati. È espressamente vietata la loro riproduzione con qualsiasi mezzo e l'adattamento totale o parziale.