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Castelvetro, l'avvocato: "Risarcire se ci riconoscono il danno aziendale, così sarà per i 40 contagiati"

Parla il legale dell’operaio morto dopo aver contratto il Covid


28 maggio 2022 di Daniele Montanari


«Vogliamo giustizia sulla morte di nostro padre». Lo dicono con forza, attraverso il loro avvocato, i tre figli, assieme alla moglie, del 63enne lavoratore alla Suincom di Castelvetro (ma dipendente di una cooperativa in appalto, non dell’azienda) morto per Covid il 12 aprile 2020. Il caso, come evidenziato ieri dalla Gazzetta, ha fatto finire sul banco degli imputati il 50enne titolare della Suincom e il 30enne rappresentante della cooperativa con l’accusa di omicidio colposo. A seguire la famiglia della vittima l’avvocato Massimo Fiorillo, che sottolinea come si tratti di un caso pilota.

Perché è così importante?

«Non ho notizie in Italia di altri titolari d’azienda accusati di omicidio per la morte per Covid di un lavoratore: sarà una vicenda giudiziaria che farà scuola, sia in caso di condanna che di assoluzione. Ma al di là del penale, farà scuola anche in ambito civile. Dalle indagini compiute dalla Medicina del lavoro, su delega della Procura, sono già emerse infatti marcoscopiche violazioni della normativa sulla sicurezza, tali da garantirci molto probabilmente un risarcimento in sede civile. È proprio per tenerci aperta questa prospettiva che ho consigliato alla famiglia di non costituirci parte civile: se i due dirigenti venissero assolti, verrebbe a cadere anche la parte civile, rendendo difficilissima la richiesta di risarcimento in separata sede. Così invece possiamo andare avanti civilmente anche se la vicenda penale si chiude. In sede civile infatti il criterio di accertamento della responsabilità del datore di lavoro si fonda sulla probabilità e non sulla certezza come nel penale. A me francamente pare molto probabile che il lavoratore sia deceduto per il virus contratto in azienda, sulla certezza si esprimerà il giudice».

Lei dunque è più convinto di un risarcimento civile. Ma allora potrebbero averne diritto anche gli altri 40 lavoratori che si sono contagiati nel focolaio aziendale?

«Certo, perché il primo Covid in molti casi ha portato ben oltre i 40 giorni di prognosi che configurano le lesioni gravi. Se noi siamo risarciti per la morte, loro potranno esserlo per la malattia, alla luce delle gravi mancanze in azienda, dove i dipendenti della cooperativa si sono trovati a disossare prosciutti senza mascherina e senza rispetto delle distanze di sicurezza: in diversi l’hanno già testimoniato, col supporto della Cgil. Quando già dall’8 marzo, col primo lockdown, era evidente la necessità di tutele nell’emergenza».

Ma chi sarebbe poi a risarcire? L’assicurazione?

«È un tasto dolente questo, perché le assicurazioni non hanno riconosciuto la copertura Covid in polizza, sostenendo che il virus non era un rischio prevedibile. Dalle assicurazioni non abbiamo avuto un centesimo, sono state chiuse a qualsiasi conciliazione bonaria. L’unica tutela per la famiglia finora è stata quella Inail. In caso di condanna a risarcimento dunque, ne sarà chiamato a rispondere il privato».




 

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