Castelfranco. L'avvocato del femminicida Montefusco: «Ha agito in preda all’ira Troppe tensioni in casa»
A parlare è l’avvocato Marco Rossi, difensore di Salvatore Montefusco che ne ha ben presente il carattere, visto che lo conosce da un decennio ormai. Con lui ha condiviso il lunghissimo interrogatorio davanti al pm Graziano e al procuratore capo Masini concluso lunedì sera solo verso le 22.
CASTELFRANCO «Montefusco è un uomo stravolto da quello che ha compiuto, svuotato di tutto. Non avrebbe mai voluto quella fine. La situazione in casa si era ormai deteriorata da tempo, ma le lungaggini delle dinamiche civilistiche, assolutamente da cambiare, hanno prolungato una convivenza che non doveva più esserci da tempo, in una relazione finita».
A parlare è l’avvocato Marco Rossi, difensore di Salvatore Montefusco che ne ha ben presente il carattere, visto che lo conosce da un decennio ormai. Con lui ha condiviso il lunghissimo interrogatorio davanti al pm Graziano e al procuratore capo Masini concluso lunedì sera solo verso le 22. Come è maturata un’azione tanto efferata? L’avvocato riferisce di maltrattamenti di cui il capofamiglia sarebbe stato a sua volta vittima, tanto da denunciare anche lui, in una sorta di cortocircuito famigliare.
«Mi ha confidato tante volte che ormai non ce la faceva più, perché la madre e la figlia gli avevano reso la vita impossibile – nota – c’erano provocazioni continue tra quelle mura di casa, e dispetti. Cose che se vogliamo possono apparire futili, come quando gli facevano trovare la televisione spostata o gli nascondevano i vestiti. O quando gli chiudevano a chiave il bagno o gli smontavano la doccia. Cose banali, ma che psicologicamente alimentano l’esasperazione, che in questo caso ha portato a un gesto estremo».
Ma qual è stata la dinamica dell’omicidio? Perché ha colpito prima la ragazza? Secondo l’avvocato non c’era niente di calcolato, non c’era l’intenzione di infliggere una sofferenza in più alla madre facendole vedere la figlia morire. Tutto sarebbe partito come una reazione, per quanto estrema, a parole che l’uomo non ha saputo accettare. «Era già in tensione in vista dell’udienza che il giorno dopo doveva decidere sulla separazione – osserva – e quando è rientrato a casa verso mezzogiorno, stando a quanto ha riferito nell’interrogatorio ha trovato Renata in cortile che gli ha detto una frase del tipo: “Non vedo l’ora che sia domani, così te ne andrai da casa nostra”. A quel punto lui non ci ha più visto, è corso in casa a prendere il fucile a canne mozze e ha fatto quello che ha fatto. Ovviamente la provocazione non vuole essere una scusante, il fatto resta in tutta la sua gravità e lui ne è perfettamente consapevole. Questo serve solo per capire il contesto: tutto è nato da un attacco d’ira incontrollato, dalla paura di perdere la casa che aveva costruito».
L’avvocato era convintissimo che Montefusco non avesse più armi a casa: «Era stato un grande cacciatore per 45 anni, e aveva avuto fior di fucili. Ma dopo la denuncia da parte di Gabriela come codice rosso era scattato nei suoi confronti il divieto di detenzione di armi quale misura preventiva – spiega – così da più di un anno ormai aveva dovuto riconsegnare tutto, affidandolo in custodia alla sua ex moglie nella casa in cui lei vive ancora a Riolo. Io credevo proprio che avesse riconsegnato tutto, non immaginavo minimamente la presenza di quel fucile a canne mozze chissà dove».
«Salvatore non è un mostro – rilancia l’avvocato – è un uomo che ha fatto una vita di duro lavoro nei cantieri alzandosi alle 4 di mattina per portare a casa il necessario per il sostentamento della sua famiglia. Quando si legò a Gabriela nel 2001 volle costruire per lei una casa con tutto ciò che poteva desiderare per vivere serenamente. Aveva voluto lui che facesse venire dalla Romania la piccola Renata, che allora aveva 18 mesi. L’ha cresciuta come una figlia, le voleva bene come una figlia. E poi se l’è vista rivoltarsi contro di lui, per dare manforte alla madre. Si era convinto che le due gli stessero mettendo contro anche il figlio, il suo unico figlio maschio che adorava». L’avvocato ci tiene a ricordare anche un episodio importante del passato di Montefusco: «A inizio anni 2000 fu uno degli imprenditori edili della zona di Bastiglia, Sorbara, Bomporto, Castelfranco e Modena a cui i casalesi chiedevano il pizzo. Lui si ribellò e, collaborando con la polizia, contribuì all’inchiesta Zeus che portò in carcere 16 persone. Temeva per la sua incolumità, anche per questo aveva preso armi».l
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