Modena, i ragazzi delle baby gang: «Reati per la gloria social»
Per i 21 minori denunciati la realtà web contava più della vita vera Il capo della Mobile: «Hanno trovato forza nei like su foto e video»
MODENA Le risse, i furti, le rapine? Tutto per la “gloria” sui social, incuranti delle conseguenze sulla realtà vera. Perché quella virtuale per loro era più importante.
C’è più di ogni cosa questa voglia di protagonismo sui social dietro alle “gesta” dei 21 minori denunciati dalla polizia di Stato per l’inquietante serie di episodi collettivi messi a segno in città da febbraio a luglio. Dalle botte davanti alla stazione dei treni all’irruzione al San Carlo, il raid sulle auto di viale Amendola, il pestaggio filmato di una 14enne nel parcheggio del Novi Park, la rapina e l’estorsione ai danni di due minorenni alla Madonnina. Tutto compiuto da ragazzi e ragazze dai 13 ai 17 anni, in una lunga indagine della Squadra Mobile, guidata da Mario Paternoster, che ha portato complessivamente all’identificazione di 51 soggetti coinvolti.
Minori in parte appartenenti al gruppo social “Daisan 216” e in parte a quello “Sooz”, che sono anche venuti alle mani tra loro. «Ma non chiamatele baby gang – ha ribadito ieri Paternoster parlando delle indagini – perché non erano gruppi organizzati per delinquere. “Sooz” in particolare era nato solo come gruppo di aggregazione, che si è trovato casualmente a litigare con l’altro. “Daisan” poteva forse arrivare a organizzarsi un po’, ma ci siamo arrivati addosso prima».
Le convocazioni in questura e le denunce infatti hanno subito “sgonfiato” il gruppo: «Dopo che abbiamo avviato le attività, dentro sono rimasti solo in 4-5. Gli altri hanno preso le distanze, dicendo che il gruppo era nato per fare aggregazione, ma era sfociato in altro che non condividevano».
Un’escalation dettata tutta dall’inseguimento social: «I social sono stati fondamentali in tutta questa vicenda – ha rimarcato Paternoster – se non ci fossero stati, la maggior parte degli episodi non sarebbe mai accaduta. Ragazzi e ragazze hanno trovato forza nei like, stimolo ad andare sempre più oltre nei comportamenti. Il loro riscontro non era la vita reale, ma la gloria sui social: questo contava veramente, al punto da portarli a trascurare le conseguenze delle azioni reali. Si tratta di ragazzi che vivono ormai in un mondo sganciato dalla realtà: la realtà “vera” per loro diventa solo un veicolo per finire in quella virtuale, che è ciò che conta veramente. L’episodio della 15enne aggredita nel parcheggio del Novi Park è emblematico in questo senso».
Il fatto è avvenuto l’8 aprile: due 14enni hanno dato appuntamento a una 15enne per una resa dei conti a causa di video e foto su di loro che lei aveva “colpevolmente” caricato o taggato. E poi l’hanno riempita di botte mentre altri tre (una ragazza e due ragazzi, anche loro 14enni) riprendevano in modo da poter mettere sui social la loro “vendetta”.
«Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non abbiamo riscontrato in questi adolescenti abuso di alcol – ha notato Paternoster – l’uso di droghe leggere lo abbiamo supposto noi in alcuni casi ma senza arrivare a delle denunce». La “droga” vera sono stati i social, e le lunghe ore della giornata trascorse lì.
Per richiamarli alla realtà, e al peso delle conseguenze, c’è stato bisogno dell’intervento di polizia, e delle convocazioni a ripetizione in questura: «Ad alcuni, dopo aver contestato un reato, anticipavamo già che nel giro di pochi giorni ci sarebbe stata un’altra convocazione per un altro reato per cui erano stati individuati. Hanno capito che non si scappava più, realizzando solo allora il peso delle azioni reali». l
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