Baby gang a Modena. Scalise: «Ragazzi senza riferimenti Serve agire sul contesto familiare»
MODENA Con Francesca Scalise, psicologa attiva da quasi vent’anni nelle scuole modenesi, abbiamo provato a sviscerare le cause che portano alla formazione e al consolidamento del fenomeno delle baby gang.
«Ritengo – spiega Scalise – che occorra penetrare all’interno del tessuto sociale in cui questi ragazzi vivono tutti i giorni. Lavorando nelle scuole, pur non con regolarità sulle devianze giovanili, sono sempre riuscita ad avere un quadro più o meno completo sulle nuove generazioni e sono convinta che il contesto familiare sia un fattore determinante nella crescita dei ragazzi. I membri di queste gang provengono dagli strati più emarginati della società, in cui la povertà non è solo economica ma anche culturale ed educativa. Sono ragazzi con gravissime lacune relazionali, cresciuti senza figure di riferimento».
Il nocciolo della questione risiede quindi nel sistema educativo attuale: «Rispetto a quello di vent’anni fa è molto cambiato e, se proposto in un contesto di emarginazione sociale, crea gruppi di ragazzi spenti, persi nelle loro vite. Fin dalle elementari questi giovani hanno vissuto ghettizzati in quartieri poveri, frequentando le scuole meno “prestigiose”, vivendo intorno ad altre persone ai limiti della società, dimenticati dalle istituzioni». Risse, furti e pestaggi ci sono sempre stati, ma ora tutto è a portata di click: «I social – prosegue Scalise – non sono una causa della nascita delle baby gang, ma rappresentano il metodo comunicativo più veloce per mostrare a tutti cosa è accaduto.
Funzionano quindi come una cassa di risonanza del fenomeno, assottigliando quel labile confine tra realtà e finzione, portando lo scontro, il furto o la rapina su un altro livello, di facile diffusione e visionabile da tutti». Un’ultima considerazione sul ruolo della scuola: «In questi anni è stato fatto tantissimo per aiutare i ragazzi, proponendo sportelli di ascolto e laboratori, ma sono molti gli adolescenti che, mantenendo una sorta di atteggiamento refrattario, si allontanano da queste attività. Non possiamo permetterci di perdere centinaia di ragazzi ogni anno, occorre agire sul contesto familiare, creando un fitta rete di figure educative che medino la relazione tra ragazzo e società e tra ragazzo e famiglia».l
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