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Festival Filosofia 2022 Giustizia
L’intervista

Festival Filosofia / Barbara Carnevali: L’importanza della lotta per il riconoscimento

Elena Pelloni
Festival Filosofia / Barbara Carnevali: L’importanza della lotta per il riconoscimento

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MODENA  “Riconoscimento”. È il titolo dell’intervento che Barbara Carnevali svilupperà domenica alle 18, in Piazza Grande a Modena. Carnevali analizzerà la forza e i limiti di un’idea, analizzando anche alcuni aspetti della cosiddetta “cancel culture”.

Professoressa, partiamo dalla fine: la “cancel culture” è un meccanismo oppressivo?

«Io non credo che rappresenti un meccanismo oppressivo, quanto piuttosto una forma di resistenza all’oppressione. Contestabile nella forma certo, ma comunque esempio di una rivendicazione di giustizia.

C’è un modo di senso comune in cui viene intesa la faccenda, che spesso tende a mettere l’accento sulla cancellazione della storia, o sull’importanza esagerata dei “simboli”, che vengono percepiti come secondari o frivoli nel campo delle lotte per la giustizia. Il mio intervento, sebbene parlerò solo rapidamente della “cancel culture”, cercherà di capire cosa c’è dietro come rivendicazione seria di giustizia e quali concetti filosofici questa questione possa evocare: in primo luogo quello di riconoscimento».

Per esempio?

«Alcune delle rivendicazioni portate avanti dalla “cancel culture” riguardano le minoranze escluse o le culture subalterne. Attraverso queste rivendicazioni di riconoscimento, queste categorie esprimono la propria opposizione nei confronti della cultura dominante. Se invece di pensare la giustizia distributiva solo in termini materiali accettiamo il fatto che esistono risorse che possiamo definire simboliche, come le rappresentazioni culturali o le parole in una lingua, allora quelle risorse diventano automaticamente fondamentali per definire la coscienza di sé di una persona o di un gruppo e anche la sua autorappresentazione. Pensiamo a una bimba che nasce in una società patriarcale e che trova queste risorse simboliche distribuite in modo ineguale. Il maschile è valorizzato mentre il femminile è ritenuto secondario o più debole. L’obiettivo della lotta per il riconoscimento è anche quello di intervenire per riequilibrare la distribuzione di queste risorse simboliche, necessarie per costruire delle personalità solide, con pari diritti rispetto agli altri soggetti. Alla parola cancellazione, allora, preferirei l’idea di una critica, di un conflitto per la ridiscussione dei canoni, ma la rivendicazione di giustizia che porta ha un suo motivo d’essere. Il rischio è quello di ridurre un fenomeno alla sua forma più immediatamente violenta o folkloristica, per poi svalutarlo. È più interessante vedere cosa c’è di giusto e comprensibile dietro a queste rivendicazioni».

Oltre a giustizia, c’è un importante sottotema : le disuguaglianze. Pensa che ci sia l’urgenza di parlarne, soprattutto a fronte dell’ascesa di nazionalismi e radicalismi? Questi movimenti possono acuire le disparità nelle società?

«Certamente. Viviamo in un modo sempre più diseguale, in cui la forbice tra gli straricchi e i poverissimi aumenta a dismisura. Sicuramente la preoccupazione per le diseguaglianze e per l’uguaglianza, come valore positivo, è una delle missioni primarie della giustizia. Tradizionalmente, nella storia della politica, l’uguaglianza in nome dell’interesse dei poveri è da sempre un tema di sinistra. Oggi, paradossalmente, la sinistra sembra aver perso la capacità di parlarne o di offrire soluzioni. Ecco perché il cosiddetto popolo si rifugia in populismi più radicali, spesso di destra, verso parti politiche, insomma, tradizionalmente ostili all’uguaglianza. Parlare di disuguaglianza è una delle missioni della giustizia contemporanea. Per questo, come Comitato scientifico, abbiamo voluto mettere al centro questa questione. Inoltre, nell’attualità più politica, è vero che i movimenti radicali e populisti possono essere interpretati come una protesta contro il crescere delle disuguaglianze sociali ed economiche».

Guerra, crisi energetica e inflazione, sembra che il mondo che conosciamo stia per crollare. Almeno questo dall’Italia. Vale lo stesso per Parigi?

«Direi che sia la stessa impressione. Ovviamente in Italia le elezioni politiche fanno percepire quello della politica interna come un problema più pressante. Ma dal momento che il nostro mondo è sempre più globalizzato e interconnesso – e la guerra lo dimostra allo stesso modo del Covid e dell’urgenza ecologica – siamo tutti sulla stessa barca. Dobbiamo capire che non ci si salva da soli. Anche la giustizia dovrà essere declinata in chiave globale, altrimenti sarà del tutto inutile». 

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