L’aggressore sassolese con carabina ha parlato davanti al giudice «Una lite in discoteca per il portafoglio»
L’udienza in tribunale. Dal locale smentiscono: «Il Kiss è estraneo a questa vicenda»
REGGIO EMILIA Ha accennato a un portafoglio perso e a un diverbio sorto con addetti del locale. Per il resto ha negato su tutta la linea ieri in tribunale Maicol Benassi, il trentenne nato a Sassuolo e residente a Cavola di Toano che avrebbe scatenato un putiferio all’alba di domenica in piazza Italia. Tuttavia alcuni video filmati con il cellulare e alcune testimonianze finite agli atti dimostrerebbero le sue responsabilità.
Secondo la ricostruzione dei carabinieri del Nucleo Radiomobile di Castelnovo Monti che lo hanno arrestato, il 30enne avrebbe puntato una carabina su alcuni giovani per poi sfasciare con una mazza la Jaguar di un vocalist del locale. Forse per uno scambio di persona, ipotizza il proprietario, che assicura di non averlo mai visto. Dopo una nottata passata in cella il 30enne, scortato dai militari, è comparso ieri a palazzo di giustizia per l’udienza di convalida. Due le accuse delle quali è stato chiamato a rispondere: danneggiamento aggravato e minaccia aggravata (dall’uso di uno strumento atto a offendere).
Il porto d’arma non è contestato perché, come emerso, il fucile trovato sulla sua utilitaria è in realtà una carabina ad aria compressa marca Gamo, così come l’altra carabina marca Diana saltata fuori nella sua abitazione. Si tratta di attrezzatura utilizzate per giocare a soft air e dunque non si tratta di armi vere e proprie. In udienza il trentenne – in questo periodo disoccupato, ma ha dichiarato di aver sempre lavorato – ha risposto alle domande, fornendo la sua versione dei fatti, a tratti lacunosa. Il giovane ha raccontato di essersi accorto, alle 6, di non avere più il portafoglio in tasca.
«Sono rientrato nel locale dalla porta posteriore per chiedere se per caso l’avessero trovato», ha detto il trentenne. A suo dire qualcuno, in effetti, gli ha restituito il portafoglio. «Ma era vuoto: non c’erano i soldi». E, davanti alle sue proteste, «gli addetti alla sicurezza mi hanno buttato fuori e mi hanno rincorso». Sempre secondo il racconto il trentenne si sarebbe chiuso all’interno della sua auto, dove in seguito sul sedile anteriore è stata trovata poggiata la carabina.
«Non l’ho usata né puntata contro altri», ha detto, negando anche il danneggiamento della Jaguar. «Le dichiarazioni testimoniali e i video dicono il contrario», ha replicato il pm Isabella Chiesi, che ha chiesto di procedere alla direttissima; ma l’avvocato difensore di fiducia Rita Gilioli ha negato il consenso e ha chiesto i termini della difesa, non avendo avuto il tempo di visionare gli atti. L’accusa ha proposto l’obbligo di firma per l’imputato; la difesa la libertà.
Il giudice monocratico Michela Caputo, vista la «quasi flagranza», ha convalidato l’arresto. Per quanto riguarda la misura, pur ravvisando «la gravità dei fatti», «l’atteggiamento del soggetto una volta rintracciato», «i gravi indizi di colpevolezza» e «il concreto rischio di recidiva», tuttavia in considerazione della «formale incensuratezza» del giovane il giudice non ha potuto far altro che scarcerarlo e applicare l’obbligo di firma bisettimanale in caserma. La direttissima è stata fissata per il prossimo 18 novembre.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
