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Il caso

Migranti. Minacce al modenese don Mattia Ferrari la Procura archivia e lo invita a essere silenzioso


	don Mattia Ferrari, il sacerdote modenese 
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don Mattia Ferrari, il sacerdote modenese 

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 ROMA, 15 DIC - "Potrebbe essere solo un appunto personale oppure, più in generale, un'indicazione per la Chiesa e per il suo impegno "sociale". Certo è che quello che ha scritto la Procura di Modena nella richiesta di archiviazione della vicenda legata alle minacce ricevute da don Mattia Ferrari, il cappellano di 'Mediterranea saving humans', è destinato a far rumore".

Lo scrive oggi Avvenire, quotidiano della Cei, sulla scelta della Procura modenese di considerare irrilevanti e degli di archiviazione gli attacchi al sacerdote - e che hanno preso di mira anche giornalisti e chi si occupa di salvare i migranti in mare e denunciare i traffici nel Mediterraneo - condotti da un personaggio conosciuto come il "portavoce della mafia libica", in quanto le minacce (per il pm semplicemente "le frasi") indirizzate al cappellano e agli altri bersagli non "presentano profili di rilievo penale".

"Nel testo in cui propone l'archiviazione - rileva il giornale dei vescovi - il pm non cita mai l'account dal quale sono arrivate e che, come attestano inchieste giornalistiche e atti parlamentari, sarebbe invece 'un portavoce della mafia libica legato ai servizi segreti di diversi Paesi'. Quell'account infatti, sottolineano le fonti vicine a chi subisce minacce, pubblica continuamente materiale per conto della mafia libica e periodicamente anche foto 'top secret' di velivoli militari europei e di apparati italiani".

Ma la Procura va anche oltre, rivolgendo una sorta di "appunto" all'operato umanitario del sacerdote, che peraltro è da tempo sotto "radiosorveglianza" decisa dal Comitato provinciale per la sicurezza dei cittadini, proprio sulla base di quelle minacce. Nella richiesta di archiviazione si sottolinea, infatti, che "se il prete esercita in questo modo, diverso dal magistero tradizionale", deve in un certo senso aspettarsi reazione contrarie e fra queste di essere bersagliato. In un passaggio del testo, il pubblico ministero suggerisce che l'esposizione sui social network naturalmente provoca reazioni, specie se "come già evidenziato chi porta il suo impegno umanitario (e latamente politico) sul terreno dei social o comunque del pubblico palco - ben diverso dagli ambiti tradizionali - riservati e silenziosi - di estrinsecazione del mandato pastorale - e lo faccia propalando le sue opere con toni legittimamente decisi e netti".

Per il pm, insomma, un sacerdote che prende posizione accanto ai poveri e agli ultimi non è abbastanza "discreto" ed è troppo "pubblico" e anche un po', seppure in senso lato, "politico" e deve aspettarsi reazioni. In altre parole, rimarca Avvenire, "chi si occupa di diritti umani e si dedica all'impegno umanitario non deve sorprendersi se poi finisce nel mirino, anche se è un prete. Anzi, forse, proprio perché è un prete. Come se essere sacerdote significasse dire messa, amministrare i sacramenti e stare in silenzio".

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