Caso Procura- don Ferrari. Il vescovo di Modena: «Solidale con Mattia La missione del prete non è solo dire messa»
MODENA Non sono piaciute neanche al vescovo di Modena e Carpi Erio Castelliucci le affermazioni della Procura di Modena, guidata da Luca Masini, con la quale oltre a chiedere l’archiviazione circa le minacce subite attraverso i social dal sacerdote, si va oltre invitando palesemente il prete a stare zitto e lontano dai social e a fare il sacerdote inteso in senso strettamente religioso.
Con un comunicato, dai toni pacati, che da sempre lo contraddistinguono, l’arcivescovo di Modena, Nonantola e Carpi, risponde punmtigliosamente alla Procura e mette i puntini sulle “i” anche e soprattutto sul ruolo che un sacerdote deve avere nella società in cui vive.
A seguire il testo integrale.
«Circa i fatti che vedono coinvolt- don Mattia Ferrari, prete dell’arcidiocesi di Modena-Nonantola, esprimo piena solidarietà al sacerdote. – scrive l’arcivescovo Castellucci – Non entro ovviamente nel merito delle motivazioni che hanno portato un magistrato della Procura di Modena a richiedere l’archiviazione della vicenda legata alle minacce ricevute da don Mattia: non compete a me, ma a chi conduce la difesa di don Mattia.
Una delle motivazioni, tuttavia, entra direttamente nell’ambito della missione pastorale del presbitero, che invece compete anche ad un vescovo. Il magistrato ritiene che: “chi porti il suo impegno umanitario (e latamente politico) sul terreno dei SOCIAL o comunque del pubblico palco – ben diverso dagli ambiti tradizionali – riservati e silenziosi – di estrinsecazione del mandato pastorale – e lo faccia propalando le sue opere con toni legittimamente decisi e netti, inevitabilmente è destinato a confrontarsi con i frequentatori di quel mondo “… “Gli ambiti tradizionali” nei quali si “estrinseca” il mandato pastorale non sono semplicemente quelli “riservati e silenziosi” indicati in questo passaggio.
La missione presbiterale non si limita infatti alla liturgia, all’accompagnamento spirituale o alla catechesi, ma – proprio in virtù di questi atti ministeriali – può assumere rilievo anche in ambito pubblico, quando le circostanze lo portino a prendere posizioni contro quelle che il ministro ordinato ritiene ingiustizie incompatibili con il Vangelo. il Concilio Vaticano II, che definisce da parte del magistero cattolico gli “ambiti tradizionali” della missione dei presbiteri, afferma infatti: “anche se sono tenuti a servire tutti, ai presbiteri sono affidati in modo speciale i poveri e i più deboli” (decreto “Presbyterorum Ordinis, 1965, n. 6).
Normalmente questo servizio viene portato avanti dai sacerdoti nella pastorale ordinaria delle comunità cristiane, ma talvolta può assumere modalità straordinarie, in accordo con i loro vescovi. In ogni caso, i toni che i ministri ordinati possono e devono utilizzare per difendere poveri e deboli, tra i quali certamente sono da annoverare i profughi, sono i toni evangelici, da modulare a seconda dei contesti: dal linguaggio forte della pubblica denuncia a quello mite del perdono, nessun accento deve essere preventivamente escluso, come ci insegnano anche i Pontefici, tranne naturalmente i linguaggi diffamatori e minacciosi.
Esprimendo fiducia nell’opera dei magistrati, auspico che le ulteriori valutazioni della vicenda considerino una corretta e integrale visione del ministero sacerdotale, evitando di darne un’immagine così parziale e ristretta».
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