La storia di Niki, transgender di 45 anni: «Derisa sul lavoro e nessuno mi affitta casa»
La Cgil presenta le storie di tre lavoratrici in cerca di tutela e diritti: «È ancora presente lo stigma così come l’equazione: “trans uguale prostituta”»
MODENA. Niki, Giulia e Maxin (nomi di fantasia) sono tre lavoratrici che si sono rivolte alla Cgil in cerca di tutela.
La storia di Niki
Niki, donna transgender, 45 anni, impiegata del commercio, ha raccontato quanto sia difficile trovare un affitto: «Appena scoprono chi sei, non ti richiamano più, o l’appartamento è già affittato. La verità è che mi sento una miracolata, io ho lottato per mantenere un lavoro che avevo già (e senza l’aiuto della Cgil non ci sarei riuscita). Quando ho iniziato il percorso di transizione di genere, ho iniziato a vestirmi da donna anziché da uomo, ma il mio corpo era ancora da uomo, il mio superiore, prima mi ha allontanato dal contatto con i clienti, poi mi ha demansionata e ridicolizzata in ufficio con i colleghi rifiutando nei fatti anche l’alias nei documenti non ufficiali e continuando a chiamarmi con il mio nome maschile e non quello che mi identificava. Il determinante apporto della Filcams Cgil ha fatto sì che si ristabilissero relazioni rispettose fra colleghi, il riconoscimento del ruolo professionale e delle competenze acquisite, arrivando sino al riconoscimento del livello di inquadramento e aumento delle ore contrattuali».
La storia di Giulia
Giulia, donna transgender, 35 anni, addetta alle pulizie, ha parlato della fatica di ottenere un lavoro stabile fuori da ambiti marginalizzati, dove spesso le persone trans vengono “tollerate” solo in contesti precari o informali e comunque, non a contatto diretto con la clientela o l’utenza. «Una persona che intraprende un percorso di transizione, ed è alla ricerca di un impiego, si trova a dover lottare contro se stessa e il proprio corpo che tutti i giorni impietosamente ti ricorda che fisicamente non sei una donna, contro una società spesso ostile che ti deride. Sul lavoro è ancora presente lo stigma, l’equazione trans uguale prostituta, anche se le cose stanno cambiando. Certi lavori sono per lo più preclusi. Spesso siamo relegate (ed è già una fortuna) a lavori sottopagati (condizioni comunque comuni) e solitari. In sintesi credo che l’esclusione dalla società sia il fattore comune quando si parla di persone trans».
La storia di Maxim
Maxin, 43 anni, di origini straniere, è stato per anni in condizioni di super sfruttamento sia lavorativo che abitativo, con contratti a chiamata, o irregolari. Il titolare dell’esercizio dove lavorava a 1.000 euro al mese per 60 ore settimanali, chiedeva 700 euro di affitto per una camera. Ha subìto richieste di prestazioni sessuali in cambio di lavoro e molestie sul lavoro stesso. «Mi sono rivolto alla Filcams Cgil per tutelare i miei diritti sul lavoro e al tempo stesso mi hanno aiutato a regolarizzare la mia posizione in Italia. È come se qualcuno avesse fatto una magia. Dopo 13 anni andrò finalmente a trovare mia sorella in Inghilterra. Ho passato periodi difficilissimi per la mia salute, ho ricevuto minacce fisiche e di morte per la mia identità di genere, da parte della mia comunità di origine. Oggi lavoro in una catena alimentare con un regolare contratto, ancora a termine, ma spero diventerà a tempo indeterminato, e grazie alla Cgil ho fatto anche domanda per la casa pubblica».
Il commento del sindacato
In tutti questi casi, la solitudine e l’isolamento sociale erano i primi ostacoli.
«Una condizione che esiste soprattutto quando il sindacato non ha agibilità o viene tenuto fuori dai luoghi di lavoro” – afferma Cinzia Pinton della segreteria Filcams Cgil – Sono situazioni che rappresentano un grave abuso del rapporto di lavoro e un esempio concreto di sfruttamento e molestia psicologica in violazione della dignità e dei diritti fondamentali, della persona, dove il ricatto occupazionale prende il sopravvento sul rispetto umano e contrattuale».
«Come Filcams Cgil siamo intervenuti dando strumenti concreti: tutela contro le discriminazioni, supporto contrattuale e legale, riconoscimento identitario sul posto di lavoro. Non basta l’inclusione formale: servono permessi retribuiti per percorsi di affermazione di genere, permessi per visite mediche e interventi con la possibilità di accesso alle cure sanitarie pubbliche per la transizione (con costi elevatissimi nel privato), strumenti di welfare che non escludano ma includano e diritti riconosciuti e agibili», continua Cinzia Pinton. «Rivendichiamo contratti e normative che promuovano concretamente la dignità e l’equità: nelle politiche aziendali e nei codici etici interni, così come nelle politiche abitative. Quella del sindacato deve essere una presa in carico totale dei bisogni delle persone transgender, Lgbtqia+ in ogni fase della loro vita lavorativa, personale e sociale” spiega Laura Petrillo segretaria Filcams Cgil Modena.
