Dieci candeline per Food for Soul: «Così combattiamo spreco e isolamento»
Tutto è nato a Modena da un’idea di Lara Gilmore e Massimo Bottura: dal debutto a Milano per l’Expo 2015 a oggi, l’associazione conta 12 Refettori in 9 Paesi del mondo e più di 170mila volontari
MODENA. Trasformare lo spreco alimentare in un gesto di amore. È da questa idea di Lara Gilmore e Massimo Bottura che esattamente dieci anni fa è nata a Modena l’associazione Food for Soul, che dall’Europa all’Oceania, dal Nord al Sud America, oggi conta 12 Refettori in 9 Paesi del mondo e più di 170mila volontari coinvolti. La missione di Food for Soul è combattere lo spreco alimentare e l’isolamento sociale attraverso la bellezza e la cultura.
Tutto è cominciato a Milano nel 2015, durante Expo, uno spazio recuperato in piazza Greco che è divenuto il primo Refettorio di Food for Soul. Lo scorso giugno, Caritas Ambrosiana ha celebrato il decennale riportando all’attenzione della città numeri importanti: 220mila pasti gratuiti per chi ne ha bisogno, realizzati grazie al recupero di 40 tonnellate di cibo. Nel cuore della nostra città, a pochi passi dal Duomo, Refettorio Modena è stato avviato a marzo 2024, dopo un’iniziale esperienza svoltasi prima della pandemia. «Siamo aperti per cena il lunedì e il giovedì ed accogliamo una media di 80 ospiti a serata. Il mercoledì facciamo attività pomeridiane rivolte a comunità specifiche ma senza mai dimenticare un momento conviviale attorno al tavolo a fine giornata» spiega Lara Gilmore, presidente di Food for Soul, che in questo 2025 con il marito Massimo Bottura sta vivendo una serie di anniversari importanti, dieci anni di Refettorio Ambrosiano, di Food for Soul e 30 anni di Osteria Francescana.
Signora Gilmore, i Refettori esistono e prosperano grazie ai loro primi sostenitori: i volontari. Nei Refettori ad esempio di Londra e Parigi, la voglia di dare una mano è tale che avete addirittura delle liste d’attesa…
«È proprio la spinta arrivata dai volontari che ci ha portato a fondare Food for Soul dopo la nascita del Refettorio Ambrosiano in piazza Greco a Milano, dove le persone del quartiere si sono messe a disposizione con un tale affetto e voglia di fare, che ci hanno fatto capire che il nostro progetto poteva diventare qualcosa di molto più grande. Dopo il servizio, molti Refettori sono soliti offrire la cena ai volontari che si fermano, fanno amicizia, consolidano delle relazioni che durano nel tempo e rendono il gruppo più coeso e unito».
A Modena quanti volontari coinvolgete?
«Da quando abbiamo riaperto dopo la pandemia, parliamo di 250 volontari di cui 50 sono attivi in modo continuativo. Con loro condividiamo la filosofia che sta alla base del nostro progetto, ovvero che il cibo non è una ricetta, non è fare la carità, ma è cultura, è un modo di approcciarsi alla vita attraverso l’accoglienza e l’attenzione all’altro, in tutte le sue fragilità».
Di che fragilità parliamo? Chi sono le persone che accedono a Refettorio Modena?
«Dalla mamma single con i figli alla persona senza dimora, dall’immigrato in attesa della cittadinanza a colui che ha perso il lavoro, così come intere famiglie, le persone che varcano la nostra soglia sono le più diverse, di ogni età e nazionalità. Durante la cena, mettiamo a disposizione volontari dedicati che intrattengono i bimbi per consentire agli adulti di socializzare più agevolmente, mentre cenano in tavolate comuni che abbiamo pensato proprio per favorire il dialogo».
Modena Capitale italiana del Volontariato 2026: cosa ne pensa di questo riconoscimento?
«È una conferma di quello che da americana ho sempre pensato di Modena, ovvero che è una città molto accogliente e solidale. Spero sia anche un’occasione per lanciare un ulteriore, grande, invito a fare volontariato per sperimentare quanto esso faccia bene non solo alla comunità ma alla qualità di vita di ognuno di noi. Per fare un piccolo esempio: con mio figlio Charlie, che ha imparato a fare i tortellini grazie alle volontarie del Tortellante, ci stiamo per recare al Refettorio di Parigi dove lui insegnerà ai volontari francesi a fare a loro volta i tortellini».
Nei suoi discorsi, torna spesso una parola: “urgenza”. In che termini?
«Urgenza di sprecare meno cibo possibile, che significa meno inquinamento e meno spreco di risorse naturali ed economiche. Pensando a Modena, urgenza di non abbandonare la necessità di domandarsi: cosa posso fare per la mia città per renderla ancora più accogliente, resiliente, inclusiva? Credo che attualmente, con quello che sta accadendo nel mondo, quella di essere accoglienti sia l’urgenza più grande».