Pina Picierno: «Pd? Si può aspirare a governare, ma la credibilità è un’altra cosa»
L’europarlamentare e vicepresidente del Parlamento europeo critica sulla gestione del partito tra leadership, Giuseppe Conte e futuro. «Non c’è uno scontro interno, ma nemmeno un dibattito: siamo regrediti»
Cosa sta accadendo dentro al Pd ce lo sta dicendo l’agenda politica di queste settimane fatta di nuove correnti, corsa alle prossime regionali, indagini, sentenze e chi più ne ha più ne metta. È in questo contesto che Elly Schlein prova a restare saldamente in sella mentre il “campo largo” rischia di farle girare la testa, dentro e fuori dal perimetro. Da una parte c’è Giuseppe Conte, che aspira alla leadership del centrosinistra. Dall’altra c’è chi, come Pina Picierno - europarlamentare e vicepresidente del Parlamento europeo - che dentro al centrosinistra prova a mettere paletti.
Picierno, nel Pd è in corso un dibattito o uno scontro?
«Sicuramente non uno scontro. Ma neanche un dibattito, purtroppo. Da questo punto di vista devo riconoscere una regressione. C’è stato per esempio un referendum molto significativo due mesi fa che ha visto una convinta partecipazione e sostegno del gruppo dirigente nazionale. Molti avevano sollevato dubbi, ma tant’è. Quello che risulta curioso è che non si sia avvertita l’esigenza di una riflessione. Non per celebrare riti stanchi sull’analisi del voto, ma per correggere errori che sono lampanti, a partire dal rapporto preferenziale che si è stabilito con la Cgil a discapito dell’unità sindacale».
E lei da che parte sta?
«Dell’unità sindacale, un valore in sé per l’avanzamento dei diritti. Dalla parte delle imprese che vedono frustrate dalle resistenze al cambiamento e dalla rendita le ambizioni che coltivano con merito. Dalla parte dei bisogni, che si allargano per le condizioni materiali e morali di precarietà. Dalla parte del riconoscimento del valore della conoscenza, unico tasto dell’ascensore sociale. Dalla parte dell’Europa e della difesa delle democrazie, evidentemente sotto l’aggressione di regimi e autocrazie. Insomma, sempre dalla stessa parte, che non significa non cambiare, ma portare con sé i valori e i princìpi di una vita, nel tempo che viviamo».
Il Pd è ancora casa sua?
«Ci mancherebbe altro».
Si sente all’opposizione in casa sua?
«Il pluralismo non è un optional del Partito Democratico. Quello su cui insisto è che non è limitato alla libertà di parola, quello è riconosciuto dalla Costituzione, non dal Nazareno. Il pluralismo è un valore e una prassi che va sostenuta e promossa, perché arricchisce l’offerta politica, oltre che ovviamente la democrazia stessa. Quindi opposizione non è il termine giusto, direi una parte della rappresentanza culturale e sociale di un partito plurale. Che qualche volta dimentica di esserlo».
Il Pd che cos’è oggi?
«È un partito che ha sanato alcune fratture con la sua militanza e il suo elettorato. Ha ristabilito alcune priorità, a partire dal salario minimo, che condivido molto. Ha riaperto la prospettiva di un’alleanza larga, condizione essenziale ma non sufficiente per battere le destre. Manca tutto il resto che non è poco e su cui nutro forti perplessità. Contrastare il bi-populismo con una proposta di governo intellegibile e responsabile, affrontare i nodi dell’integrazione europea e della sua sicurezza, allargare la sua proposta alle ampie fasce di elettorato del ceto medio disilluso da anni di impoverimento e marginalità».
Come giudica la linea politica di Elly Schlein? Il Pd di oggi è ancora un partito che aspira al governo del Paese o rischia di diventare solo un movimento di testimonianza?
«Vedo questo rischio che è direttamente proporzionale all’incapacità di rappresentare un’alternativa di governo. Tutti aspirano al governo, ma averne la credibilità è altra cosa. Non capisco bene, e temo non si capisca bene, cosa faremmo da Palazzo Chigi, da via XX Settembre o dalla Farnesina. Sento dire spesso: ma anche la destra è partita così. Appunto, rispondo».
Nascono nuovi posizionamenti e pensatoi, più al centro che a sinistra dentro al Pd: pluralismo o frammentazioni?
«Dovremmo essere capaci di includere queste esperienze, irrobustire le nostre relazioni nel tessuto intellettuale e scientifico del paese, promuovere partecipazione e contributi di idee che possono e devono venire fuori da ristrette cerchie. Sotto la coltre del conformismo e della pigrizia, covano tante esperienze libere che la politica deve saper promuovere».
La corsa per le Regionali sta presentando il conto. Terzo mandato?
«È una richiesta degli amministratori locali, la trovo fondata e la sostengo, non vedo perché non debba riguardare anche i presidenti di Regione. Si ha l’abitudine di scaricare sui sindaci tutti gli obblighi, dal limite di mandato alle dimissioni per le candidature nelle assemblee regionali e parlamentari. Serve buon senso, sono la spina dorsale della democrazia nel Paese. Fare il sindaco sta diventando un martirio».
Non pensa che Schlein abbia lasciato il timone a Conte sul tema nomi e alleanze?
«Non lo credo affatto, ma la testardaggine può sconfinare nell’arrendevolezza. Stare continuamente sulla graticola di capricci e moralismi non è una posizione da cui si costruisce un’alternativa di governo. Certe cose, meglio chiarirle prima».
Pensa che il Pd stia facendo abbastanza per contrastare il consenso delle destre radicali, sia in Italia che a Bruxelles?
«Le destre radicali crescono nella distanza che poniamo tra le attese di una maggiore integrazione europea e i concreti risultati che riusciamo ad ottenere. Quella distanza è ancora troppo larga. Siamo nel gruppo europeo, quello dei socialisti e democratici, che più lavora a ridurre quella distanza e in quel gruppo la delegazione del partito democratico è quella più decisa».
Come sta vivendo il fatto di vivere con la scorta per le minacce ricevute da filoputiniani e pro-Hamas?
«Non è semplice, specie quando questo è il frutto avvelenato di un dibattito pubblico inquinato dalla propaganda di forze autocratiche che hanno il preciso scopo di incutere terrore e di polarizzare l’opinione. Fino a rendere necessarie misure di sicurezza personale. Si fa fatica a capire, specie in Italia, che questa è una delle trincee già in pieno conflitto. Non è un giochino sui social, è una strategia della tensione globale».
Rifarebbe tutte le sue scelte in politica?
«Tutte, in special modo quelle sbagliate, perché aiutano a correggere quello che va corretto. Errare e non perseverare negli errori è la regola di ogni buon riformista».
È tempo di un congresso nel Pd?
«Il Pd ha uno statuto che regola tempi e regole per i congressi. Un’eventuale anticipazione potrebbe essere condizionata solo dalla volontà della segretaria e del gruppo dirigente nazionale di cercare un sostegno più ampio o una sostanziale correzione di linea politica. In ogni caso so, come ogni militante, che le occasioni di confronto democratico sono sempre preziose».
E lei che ruolo avrà?
«Continuerò a fare quello che sto facendo: raccogliere forze e idee per un Pd aperto, plurale, riformista».
Se oggi una giovane donna le dicesse: “Vorrei entrare in politica, nel Pd, come ha fatto lei”, cosa le risponderebbe?
«Entra senza bussare. E se trovi una porta chiusa, sfondala. Spero solo che trovi ancora qualcosa nelle stanze».
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