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Il 45° anniversario

Strage di Bologna, il ricordo: «Fui a trenta secondi dalla morte»


	Giorgio Caselli e i soccorsi dopo la strage
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Giorgio Caselli e i soccorsi dopo la strage

Il vignolese Giorgio Caselli si trovava alla stazione il 2 agosto 1980: «Tutta la gioia venne inghiottita dal buio»

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VIGNOLA. Per Giorgio Caselli, testimone della strage di Bologna, la storia inizia dalla fine: «In un certo senso tutto mi porta qui, dopo 45 anni, a raccontare ancora di quella mattina. Quel sabato sono partito da Vignola insieme a due amici coetanei diretto alla stazione di Bologna, con l’intento di sbrigare alcune pratiche e raccogliere le informazioni utili all’organizzazione del nostro viaggio interrail. Saremmo poi partiti uno o due giorni dopo. L’idea di girare l’Europa e conoscere gente era un sogno per me che avevo 18 anni e un mese di ferie davanti. Provavamo tutti grande felicità, curiosità e voglia di fare, inoltre la stazione era un luogo che mi apparteneva, in cui vedevo ampi orizzonti e nuove possibilità».

In stazione

Giorgio e i suoi amici sono partiti di buon’ora per avere tutto il tempo necessario a sbrigare le loro faccende. Alle 9.30 hanno parcheggiato a circa 300 metri dalla stazione, nello stesso luogo in cui, al rientro, avrebbero trovato una vetrina sventrata dalla forza dell’esplosione. «Per circa un’ora abbiamo camminato nell’area in cui poi sarebbe avvenuto lo scoppio, mangiando una piadina e bevendoci una birra in tutta tranquillità. Nel momento dell’esplosione ci trovavamo a circa 40 metri dal cratere: accanto alla sala d’aspetto, che crollò completamente, c’era una biglietteria “centrale”, che invece crollò parzialmente; ancora accanto c’era la cosiddetta “biglietteria estera”, dove eravamo noi».

Il boato e le urla

«Io avevo appena finito di compilare un modulo – prosegue Giorgio – e stavo per uscire verso i binari quando improvvisamente ho sentito il boato e lo spostamento d’aria ci ha sbalzati tutti a terra. Non so se siano passati uno o due minuti prima che riuscissi a riprendermi e a capire cos’era accaduto. È stato come un interruttore che ha spento la luce: in un attimo la giornata luminosissima, la stazione gremita di gente e piena di voci, urla di bambini, gioia, insomma tutto ciò che si può immaginare in una giornata di partenza per le vacanze, è sparita inghiottita dal buio del fumo e della polvere. Come un clic». Giorgio ha avuto immediatamente l’impressione, in quegli anni di tensione, che si trattasse di un attentato: «C’era un totale silenzio. Abbiamo visto una bambina che cercava la madre mentre correvamo verso l’esterno e, una volta giunti nella piazza, ci siamo resi davvero conto che metà stazione era crollata. Lì sono iniziate le urla».

I soccorsi

Giorgio e gli altri hanno cercato di fare qualcosa: «Abbiamo aperto la portiera di un taxi, ma il conducente era morto, e allora abbiamo iniziato a intuire che il numero delle vittime doveva essere altissimo. Tutto intorno a noi sembrava una scena di guerra in tempo di pace. Dopo esserci allontanati abbiamo chiamato a casa ed è arrivata la sensazione di sollievo. Siamo rimasti sotto shock per qualche tempo e, anche se il viaggio fu fatto, lo spirito non era più lo stesso».

Famiglie distrutte

L’esplosione di quarantacinque anni fa, in un sabato come quello di oggi, ha distrutto, tra vittime, feriti e famigliari, migliaia di vite. «In quella stazione potevamo davvero esserci tutti. Ancora oggi, quando racconto la mia storia, incontro sempre qualcuno che ha un collegamento con l’accaduto: gente che mi dice “io dovevo essere lì lo stesso giorno, ma ho rinunciato”, o “mio fratello è passato di lì mezz’ora prima”, e simili. Io so solo che il tempo di percorrere quei 40 metri mi ha salvato. Sono stato a 30 secondi dalla morte».


 

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