Gazzetta di Modena

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Il 45° anniversario

Strage di Bologna, tre modenesi tra le 85 vittime: le storie di Euridia Bergianti, Carla Gozzi e Umberto Lugli

di Maria Vittoria Scaglioni

	Euridia Bergianti, Carla Gozzi e Umberto Lugli
Euridia Bergianti, Carla Gozzi e Umberto Lugli

La prima, nata a Campogalliano, aveva 49 anni e lavorava alla mensa Cigar. La 36enne di Concordia, invece, stava partendo per le ferie col fidanzato carpigiano, di due anni più grande di lei

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MODENA. Troppo spesso nel labirinto dei numeri si perdono i nomi, i gesti e le voci, si perdono le persone. Tra gli ottantacinque morti e i duecento feriti di quel fatale attimo di quarantacinque anni fa c’erano due donne e un uomo originari di Modena, con i loro pensieri e sensazioni, con i legami recisi, ma per chi resta di qua mai del tutto.

Euridia Bergianti si trovava al lavoro

Euridia Bergianti era nata a Campogalliano e all’epoca aveva 49 anni. Era rimasta vedova nel 1975 e abitava a Bologna assieme ad uno dei suoi due figli. Lavorava da tre anni alla Cigar, una società che si occupava della ristorazione all’interno della stazione di Bologna e che aveva i suoi uffici proprio sopra alle sale d’aspetto. Il 2 agosto lo scoppio della bomba la uccise mentre era in servizio al bancone del self service, collocato nell’ala ovest della stazione di fianco alla sala d’aspetto di seconda classe. Assieme a lei morirono le colleghe Franca, Katia, Mirella, Nilla e Rita. Forse è inutile tentare di immaginare Euridia senza concentrarsi sulle 10.25 di quella mattina e ricordare che c’è stato un “prima”, fatto di giornate uguali alle altre così come di quelle che regalano aneddoti da raccontare a casa a cena, di parole dette al volo, di scambi quotidiani sul lavoro, o di azioni sempre più meccaniche man mano che si fa sera. Forse si rischia di immaginare una storia che non è mai esistita, perché in fondo la realtà, con i pensieri e i sentimenti che ha provato, Euridia non potrà mai più raccontarla. Tutto il suo mondo è morto con lei. Eppure è l’unico modo per riuscire a visualizzare davvero, anche solo per un attimo, quel “prima”, per non identificare l’intero flusso di un’esistenza con l’istante di una deflagrazione.

Carla Gozzi e Umberto Lugli stavano andando in vacanza

Così Carla Gozzi, che aveva 36 anni e abitava con i genitori a Concordia, impiegata in un maglificio, quel giorno si trovava in stazione assieme al fidanzato carpigiano Umberto Lugli, di due anni più grande. Come molti erano in partenza per una vacanza, diretti alle isole Tremiti. I due, innamorati fin dai tempi dei banchi di scuola, erano stati accompagnati in stazione con largo anticipo dal fratello di Umberto, che poi tornò indietro. Li sorprese la bomba e li uccise. All’epoca nella biglietteria principale c’era un enorme pannello su cui comparivano, aggiornati meccanicamente, gli orari e i ritardi dei treni. Quel “clac”, “clac”, assieme al gracchiare dell’altoparlante, assordava chi partiva e chi tornava.

I corpi delle vittime caricati sull’autobus 37

Ma non era niente rispetto al silenzio che sarebbe sceso sulle macerie dopo il boato e che avrebbe ricoperto le vie della città nelle ore successive, quando Agide Melloni, autista dell’autobus 37, caricò i corpi delle vittime. Anche lui ricordava il silenzio, e le persone che si facevano da parte, come un primo, sconvolto funerale. Viene da chiedersi come i responsabili, che hanno camminato lungo gli stessi corridoi e le stesse banchine ferroviarie, che sono passati accanto alla gente viva poco prima di farla saltare in aria, siano riusciti a guardare una coppia innamorata, un ragazzo come loro, una bambina e a non avere l’impulso di tornare indietro, di capire che era una follia, tutto una fanatica e criminale follia. È umana cosa chiederselo, ma la risposta è irrilevante, perché oggi loro non contano. Oggi contano Euridia, Carla e Umberto. Contano i figli, i genitori, i fratelli tornati a casa appena in tempo, gli amici. Oggi contano gli innocenti.

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