Foto rubate e messe sul forum online, le Opposite ancora nel mirino: «Bisogna chiudere quel sito»
Le musiciste Camilla Ronchetti e Francesca Basaglia nel 2019 furono vittime di stalking sui social, con minacce di morte e di stupro. Oggi hanno scoperto le loro immagini su phica.eu, il portale in cui ogni scatto è accompagnato da commenti osceni e sessisti
MODENA. Alla fine, su phica.eu – il forum che condivide foto intime di ragazze spesso senza il loro consenso – ci sono finite anche loro. Certo: non con scatti rubati, ma pur sempre con immagini prese dai social. E vederle in quel contesto, accompagnate da commenti osceni e violenti, resta comunque molto doloroso. Camilla Ronchetti e Francesca Basaglia, componenti del duo musicale Opposite, non si sono però rassegnate. Hanno preso in mano la situazione e, assieme a diversi colleghi influencer, si sono dati da fare, anzitutto rilanciando una petizione per chiedere la chiusura del sito e, soprattutto, per riaccendere il dibattito su un fenomeno che riguarda centinaia di donne.
Ronchetti, Basaglia, partiamo dall’inizio. Cosa è successo?
«Alcuni conoscenti ci hanno avvisato, ieri, di aver trovato le nostre foto pubblicate sui social sul forum. Noi abbiamo provato a verificare, ma non siamo riuscite in maniera completa, perché serve registrarsi al portale per accedere ai vari topic. E così ci siamo mossi in maniera alternativa».
Avete rilanciato la petizione: qual è la situazione che avete osservato dopo la pubblicazione della vostra storia su questa vicenda?
«Abbiamo registrato una grande solidarietà, sorprendentemente non solo femminile, ma anche maschile. Molti ragazzi ci hanno scritto per scusarsi a nome della propria categoria. È capitato però, soprattutto sui nostri profili personali, di ricevere messaggi in cui qualcuno insinuava che pubblicando certe foto “ci si dovesse aspettare” conseguenze del genere. Abbiamo scelto di bloccare subito queste persone: è da queste mentalità che nasce la cultura della violenza. Fortunatamente la nostra comunità si è dimostrata compatta e solidale. Il farci portavoce della petizione ha avuto un effetto positivo e per noi è un impegno importante. Se si escludono pochi casi isolati, il riscontro è stato incoraggiante: si è creata una rete di empatia, anche da parte di chi non era direttamente coinvolto».
Torno su un punto: il “se la sono meritata”, in fondo, “perché mostrano troppo di sé”. È un commento molto frequente.
«È un ragionamento che rivela quanto certi pregiudizi siano radicati. Essere figure pubbliche non significa accettare passivamente insulti, minacce di morte o aggressioni verbali. Certo, chi si espone deve avere spalle larghe, ma questo non può giustificare l’abuso. È come dire che, se esci in auto e fai un incidente, “te lo dovevi aspettare”: un pensiero privo di logica. La verità è che fin da bambine ci hanno insegnato a normalizzare la violenza, a credere che se in discoteca qualcuno ti tocca non valga la pena reagire. È necessario smontare questa narrazione tossica».
Dal vostro osservatorio, si tratta di un fenomeno diffuso?
«Purtroppo non si sa. Alcune colleghe sono state direttamente coinvolte, ma molte altre ci hanno scritto confessando di non sapere neppure se i loro nomi comparissero su quei siti e di capire come fare per trovarsi. Non è facile verificarlo».
A voi era capitato già qualcosa di simile in passato?
«Sì, nel 2019 affrontammo un grave caso di stalking sui social, con minacce di morte e di stupro, e in quell’occasione presentammo denuncia. Ma contro profili anonimi, spesso con username falsi, si procede “contro ignoti”: un atto che ha il valore di un semaforo rosso su un videogioco, del tutto inefficace. Le autorità non possono risalire a identità certe senza strumenti adeguati. La speranza è che il sito venga chiuso, ma soprattutto che si rifletta sulla condotta reiterata che lo rende possibile. Anche perché, se chiudi una piattaforma, altre dieci rischiano di nascere subito dopo».
Secondo voi come si può sensibilizzare su questo tema?
«Bisogna partire dal basso, dalla quotidianità. Siamo contente di poterci fare portavoce, perché di fronte a tante persone che ci seguono su Instagram, anche solo se il dieci per cento affronta la questione, è già un passo avanti. Non è necessario essere influencer per parlarne: anche una ragazza qualunque che racconta la propria esperienza contribuisce a smuovere coscienze. La nostra “microscopica popolarità” diventa così uno strumento per diffondere consapevolezza, ed è la cosa che ci rende più fiere».
Voi fate anche musica. Può essere, questa, un veicolo di questi messaggi?
«Certamente. La musica è un mezzo di comunicazione potente, capace di fare rumore, ma anche di trasmettere armonia. Per noi è naturale scrivere di ciò che viviamo, e magari in futuro lo faremo: trasformare l’esperienza in canzone significa renderla condivisibile, darle risonanza, e questo può contribuire a rompere il silenzio su temi che troppo spesso restano nascosti».
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