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L’intervista

Mattia Altini, dg dell’Ausl: «Per la sanità modenese è l’anno delle decisioni, basta doppioni»

di Davide Berti *

	Mattia Altini, dg dell'Ausl Modena
Mattia Altini, dg dell'Ausl Modena

Il direttore generale: «Cambiamenti necessari per dare le risposte attese, servono scelte nette. La carenza dei medici non esiste: l’attrattività è il vero problema»

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MODENA. Direttore Altini, la sanità pubblica è il più prezioso dei grandi diritti costituzionali, alle prese con una drammatica difficoltà a reperire le risorse per il suo funzionamento. Non crede sia necessaria una forte, e sincera, operazione di verità e trasparenza con i cittadini su un tema semplice: quale sanità possiamo davvero dare alle persone? Quali riorganizzazioni sono necessarie per concentrare le risorse laddove sono indispensabili?

«La difesa, lo sviluppo del Servizio sanitario regionale è ciò per cui lavoriamo tutti i giorni e in questo la trasparenza è un prerequisito, abbiamo iniziato così con il presidente della conferenza territoriale socio sanitaria Massimo Mezzetti: tutti gli amministratori, i sindacati, il mondo del volontariato con cui a Modena collaboriamo tantissimo lo hanno ben compreso. Il servizio sanitario nazionale, pubblico e universalistico, è stata un grande scelta di civiltà del Paese e i suoi valori non sono in discussione. Ed è per continuare a renderli esigibili da cittadine e cittadini che dobbiamo lavorare alla revisione della forma con cui renderli esigibili».

Ne è convinto il direttore generale dell’Azienda Usl Mattia Altini, che dalla primavera scorsa ha preso in mano quella che forse è l’azienda più complessa della provincia. La scrivania è colma anche nei giorni di festa, la salute non si ferma e quando gli chiedi che situazione ha trovato al suo arrivo, è molto chiaro: «Siamo di fronte alla necessità di cambiamento, soprattutto nella forma in cui dare risposte: oggi una scelta strategica di tre anni fa merita sempre di essere messa sotto la lente»

La parola più associata alla sanità oggi è tagli. Corretto?

«La velocità dello sviluppo delle conoscenze non ci consente di indugiare oltre, ma ciò non significa tagliare dei servizi, al contrario. La prima priorità oggi è decidere le priorità: "non scegliere" è la peggiore scelta che possiamo fare! Il servizio sanitario nazionale, afferma anche l’ultimo rapporto Oasi, non può più "inseguire tutto" allo stesso modo: servono scelte nette su chi tutelare prima, con quali servizi e con quale intensità assistenziale. Tornando a mettere al centro la capacità di generare valore per le persone, tutte, senza distinzione fra il ricco e il povero. Noi dobbiamo garantire i livelli essenziali di assistenza in un quadro economico nazionale di sottofinanziamento e crescita dei costi superiori al livello di finanziamento per tecnologie e terapie innovative. È un contesto particolarmente sfidante da governare, pena la non sostenibilità del sistema: servono modelli organizzativi adeguati alle necessità di soddisfare in modo appropriato i crescenti bisogni di salute della popolazione».

Detto questo, come possono coesistere tre grandi ospedali nel fazzoletto di pochi chilometri, guidati da tre aziende differenti?

«Io, Luca Baldino e Stefano Reggiani stiamo lavorando con un unico approccio di sistema, provinciale, facendo squadra. Inoltre, come sapete l’Ausl detiene l’intero capitale di Sassuolo. Sin dal mio arrivo e nei vari sopralluoghi nei Distretti sono stato molto onesto, non possiamo stravolgere la storia, ma possiamo - insieme come comunità - determinare quale futuro vogliamo per la nostra sanità: è sicuramente un futuro insieme, che deve rivedere un’offerta frammentata, spesso a silos e con troppe linee di confine, lavorando sulle vocazioni delle nostre strutture. Vogliamo fare meglio e in modo "diverso", nel rispetto delle storie professionali ed evitando duplicazioni - che da un lato non garantiscono un valore aggiunto per i destinatari dei servizi, dall’altro certificano il doppio del costo - tramite sinergie provinciali e regionali».

Tempi e modi?

«Il 2026 avrà un obiettivo chiaro: chiedere alla Ctss di accompagnarci a decidere. La domanda è semplice: che cosa si può fare meglio nelle funzioni sanitarie? Rispondo con un esempio chiaro ai cittadini: quando hai deciso che Baggiovara è il trauma center, le funzioni ad esso collegate lì devono stare».

Liste d’attesa: i modenesi hanno pagato più tasse regionali e la promessa era di destinare le risorse a risposte più rapide.

«Roy Romanov, ministro canadese che ha guidato un’importante commissione sulla sanità, affermava che il sistema sanitario è tanto sostenibile quanto noi - e parlava della politica - vogliamo che lo sia. Studi su studi ormai mostrano che l’appropriatezza delle cure è l’unica strada per centrare, nel tempo, l’obiettivo di azzerare le attese eccessive, perché abbiamo a disposizione risorse limitate per bisogni infiniti. Dobbiamo decidere quali bisogni sono prioritari e garantire che ricevano la stessa risposta (in termini temporali ma anche di qualità della prestazione). Oggi una quota significativa delle prestazioni sanitarie (20-30%) non produce benefici clinici rilevanti, anzi può esporre i pazienti a rischi inutili oppure può essere evasa in un luogo assistenzialmente migliore. La variabilità ingiustificata, sia tra diversi territori che tra professionisti, fa sì che a parità di bisogni, si ricevano risposte difformi (o più di ciò che serve, o meno). Da qui tutto il lavoro che stiamo facendo con tutte le comunità professionali e con i medici di medicina generale. L’azzeramento delle liste d’attesa è un obiettivo realistico al quale stiamo lavorando, insieme».

Si possono ipotizzare tempi certi?

«L’obiettivo sulla specialistica è che a partire da giugno possa essere più facile l’accesso».

I sindacati direbbero che i percorsi di recupero delle liste d’attesa basati su straordinari e prestazioni aggiuntive rischiano di essere una toppa temporanea che aumenta lo stress degli operatori…

«Anche la comunità professionale lo dice da tempo, ma per tanto tempo è rimasta inascoltata. La rincorsa cieca della domanda aumentando l’offerta ha fallito (o comunque genera ulteriore domanda), la letteratura ce lo insegna. Anche in provincia di Modena abbiamo aumentato l’offerta il più possibile ma oltre non si può andare, ora dobbiamo evitare tutte quelle attività che generano un’occupazione inappropriata dell’offerta provinciale. Un esempio: se in un mese chiediamo all’oculista 1.200 visite per "calo della vista", attività che potrebbe essere efficacemente svolta dalle professioni sanitarie - ortottista -, non riusciamo a rispondere per tempo ai pazienti col diabete che ogni anno devono verificare il fondo dell’occhio. Sarebbe come utilizzare un aereo per spostarsi tra Modena e Carpi: se usiamo una risposta sproporzionata al bisogno, poi magari non abbiamo quella risposta quando serve davvero».

Spieghiamo cosa succede ai tanti modenesi che andando a Monselice o Poggio Rusco con l’impegnativa del loro medico ottengono un esame specialistico in pochi giorni e a Modena, invece, non riescono.

«Semplice: queste strutture possono permettersi di selezionare la casistica (remunerativa e "agevole") perché per tutta la complessità, i percorsi di presa in carico, la multi-professionalità, l’assistenza domiciliare, i trapianti, l’oncologia, reindirizzano i pazienti alle Aziende sanitarie. Che fanno fronte a tutto il resto. Perché nessun privato fa chemioterapie o trapianti di fegato? Perché sono più complicati, costosi e hanno esiti meno felici. La sede della complessità i cittadini l’hanno già scelta, sono le Aziende sanitarie pubbliche del loro territorio di Modena e regionale».

Quanto personale medico, infermieristico e oss ha l’Azienda e quanto ve ne servirebbe per coprire i problemi di organico?

«Il numero "giusto" del personale medico, infermieristico, delle professioni, amministrativo, non esiste. Esiste il numero proporzionato ai bisogni che un determinato territorio esprime. Il lavoro che abbiamo messo in campo è misurare - per rendere coerente - il livello di bisogno con la capacità di risposta in termini di personale. Ad esempio intercettare modalità organizzative efficaci da riprodurre in altri stabilimenti o identificare aree critiche da supportare. Con una finalità grandissima: l’equità nel carico di lavoro, la giusta collocazione (ospedale/territorio) e la conciliazione di quella collocazione in base al percorso di carriera e di vita, perché ciò che si può fare a 30 anni neoassunti, non è ciò che si può fare a 62 quando si fatica a fare l’ennesimo turno di notte. È questione di giustizia organizzativa nei confronti del personale, attenzione alle persone, alla storia e competenza, a un’equa distribuzione del carico. Dobbiamo lavorare anche su quelle attività che riportano i professionisti al vero valore del loro lavoro, riducendo la burocrazia e inserendo processi di innovazione. Un percorso partito da mesi, anche alla luce delle nuove strutture che si apriranno: quando servirà assumere, assumeremo. Il centro è la persona, troppe rigidità sull’utilizzo delle risorse umane generano meno opportunità per i singoli che sono parte di una azienda provinciale e non di un singolo ambulatorio».

Uno degli investimenti simbolo del Pnrr sono state le nuove Case della Comunità. Ma c’è il personale necessario per far funzionare i nuovi servizi senza doverli chiudere tre settimane dopo l’inaugurazione?

«Tra le cose che stiamo facendo alla luce dei nuovi luoghi di cura - ricordo che apriremo altre 9 Case di Comunità, 3 Hospice, 4 Ospedali di Comunità e altre strutture - è certamente necessaria una rivisitazione della struttura dell’offerta complessiva. Dobbiamo essere molto bravi, non possiamo pensare solo di "aggiungere" personale che facciamo fatica a reperire (perché non c’è a livello nazionale e la criticità principale resta il numero degli infermieri), dobbiamo anche invece rileggere i punti di prossimità in ottica di accessibilità: forse è meglio avere un punto baricentrico che lavora 12 ore al giorno e con una struttura più ampia anche professionalmente, che due semiasfittici aperti solo 6 ore».

La cronaca si è infiammata più volte per i casi delle automediche nell’Alto Frignano e a Vignola, per le condizioni precarie degli Ospedali di Mirandola e Carpi. Direttore, cosa sta accadendo alla sanità in periferia? E soprattutto: come intende proteggere e investire nei territori decentrati, sapendo che i soldi mancano e il personale scarseggia?

«Ciò che accade oggi non è un caso isolato. È il risultato di anni di sottofinanziamento nazionale e di una carenza di alcuni professionisti che sta colpendo tutta l’Italia, in particolare alcuni luoghi. Ma questo non significa che i territori vadano abbandonati, ma ripensati con coraggio. Non stiamo parlando di "periferie": stiamo parlando di "comunità" che hanno diritto alla stessa sicurezza del "centro". Per questo stiamo standardizzando la copertura in emergenza, potenziando i mezzi avanzati, attivando la teleconsulenza specialistica in tempo reale: chirurgia, cardiologia, rianimazione direttamente sul campo. È più sicurezza, non meno. Mirandola e Carpi non verranno svuotati, ma occorre invece analizzare e poi valorizzare le vocazioni, in modo complementare e non certo competitivo. Chi promette "tutto ovunque" oggi racconta una nostalgia. Come si fa tutto questo con meno risorse? Con un modello diverso, nuovo. Non sprecando risorse in duplicazioni, ma costruendo reti intelligenti. Non inseguendo il passato, ma innovando: telemedicina, equipe condivise, servizi che parlano tra loro, emergenza connessa, percorsi territoriali integrati. La periferia non è un problema: è una responsabilità; il Progetto Montagna sarà un esempio».

Come l’Azienda intende porsi con i medici di medicina generale?

«La medicina di prima linea, territoriale, deve essere sempre più forte, sempre più predittiva, sempre più di iniziativa. Case di Comunità e medicina di gruppo saranno i luoghi di risposta di prossimità integrati con le risorse professionali infermieristiche Ausl e con la tecnologia necessaria per fare diagnosi e terapia. Lo stiamo iniziando a fare in montagna, per portare nei luoghi con meno servizi quelle prestazioni molto frequenti che servono a tutti. Non si tratta solo di spostare le cure fuori dalle mura ospedaliere, ma di creare una rete integrata di servizi che metta il paziente cronico e fragile al centro di un ecosistema di cura continuo e adeguato alle effettive necessità. Il grande alleato di questa strategia oltre ai medici di medicina generale che ringrazio, sarà il 116117, vero strumento di prossimità. Un numero europeo gratuito con personale dedicato e formato che durante la telefonata avrà tutta la storia clinica e potrà muovere le risorse del sistema a seconda del bisogno».

L’accordo con i medici di famiglia per il contenimento delle prescrizioni ha sollevato un polverone: politica, sindacati, cittadini, tutti contro. Lo rifarebbe?

«Cento volte, però lo comunicherei meglio e con anticipo ai giornali! Lo stiamo facendo con gli specialisti, perché è un accordo etico e formativo, non economico e nasce da un percorso di lungo periodo con i Mmg, confronto continuo, condivisione di obiettivi e strumenti di monitoraggio, revisioni costanti con un gruppo di medici che ha aderito con convinzione e in modo molto esteso alla proposta e al lavoro insieme. Il polverone "locale" non corrisponde a come questo tema viene affrontato a livello nazionale dove in diversi contesti ci guardano con molta attenzione».

Il sistema dei Cau: crede siano stati capiti dai modenesi? E’ normale che siano vuoti quando il Ps scoppia?

«La bassa complessità - che cuba circa il 70% dei bisogni ricorrenti dei cittadini - va gestita nel luogo giusto. Per molto tempo purtroppo una quota significativa è stata ricondotta agli ambiti di Emergenza-Urgenza, con il conseguente congestionamento dei Pronto Soccorso. C’è ancora una tendenza culturale - ed è colpa nostra, non dei cittadini - a voler avere sempre il massimo anche per un piccolo bisogno. Vado in PS perché dietro ho il "palazzo" dell’ospedale, con dentro tutto, perché "non si sa mai". Ma è un utilizzo di buon senso delle risorse? L’esempio calzante è quello del taxi: se sei da solo e ti serve un taxi, arrivi a destinazione anche con un van da 9 posti, ma se tu dovessi dimensionare la risposta di quel servizio sulla base del tuo bisogno non utilizzeresti un van da 9 posti e soprattutto se poi c’è bisogno di quel van, sarà occupato. Ora dobbiamo diventare capaci di rispondere al bisogno con la misura giusta. L’accordo con i Mmg, la telemedicina, l’intelligenza artificiale ci aiuteranno a gestire da "vicino" e meglio i bisogni meno complessi giustificando lo spostamento verso i grandi hub solo di fronte a un bisogno complesso e iperspecialistico. Dovremo spiegarlo, col tempo e pazienza, ai cittadini».

* direttore della Gazzetta di Modena

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