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L’intervista

Liam, bimbo di 5 anni arrestato dall’Ice: «Vittima della torsione autoritaria degli Usa di Trump»

di Ernesto Bossù

	Il bimbo di 5 anni arrestato dall'Ice
Il bimbo di 5 anni arrestato dall'Ice

Il sociologo Massimiliano Panarari, docente all’Università di Modena e Reggio Emilia: «Da parte dell’amministrazione Trump si manifesta una progressiva sospensione delle garanzie fondamentali»

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MODENA. Quattro bambini arrestati. L’ultimo, Liam, di anni ne ha cinque e una foto a lui scattata – trapelata grazie alla rapida diffusione sui social – lo ritrae con un berretto di lana blu e, sulle spalle, lo zainetto. Arrestato, appunto, dall’Ice, un vero e proprio «corpo paramilitare, una milizia privata di un presidente e le cui funzioni non sono tante diverse da quelle che avevano corpi simili negli anni ’20 del secolo scorso», spiega Massimiliano Panarari, docente di Sociologia della comunicazione all’Università di Modena e Reggio Emilia. Tornando a Liam: si saprà, grazie al Washington Post, che il piccolo è stato utilizzato come “esca” dall’Ice per arrestare i genitori; eppure alcune ricostruzioni vedono il bambino rinchiuso in un centro di detenzione. Al di là di questo – tutt’altro che irrilevante – dettaglio, l’America di Trump è, a un anno dal suo secondo insediamento, radicalmente diversa da quella che aveva lasciato il predecessore, Joe Biden.

Professor Panarari, guardiamo agli Usa dalla Svizzera. Le dichiarazioni pronunciate da Donald Trump a Davos, che ospita il Forum economico mondiale, segnano, in tutta evidenza, una frattura simbolica e sostanziale rispetto alla comunicazione precedente.

«Indubbiamente. Davos, che dovrebbe configurarsi come spazio multilaterale di confronto, pur rappresentando il luogo in cui si muovono le elite finanziarie mondiali, è stato progressivamente trasformato in un dispositivo scenico funzionale all’autonarrazione trumpiana: ogni contesto collettivo diventa un megafono personale. Il fatto che un luogo emblematico dell’élite finanziaria globalizzata venga occupato e ri-semantizzato come tribuna sovranista ha una forza propagandistica enorme. Il messaggio sotteso è: le relazioni internazionali non sono più concepite come tessitura diplomatica, ma come rapporti bilaterali asimmetrici, fondati esclusivamente sulla forza. In questo quadro, la dimensione relazionale scompare e viene sostituita da una dinamica impositiva, nella quale l’attore dominante obbliga gli altri all’adattamento. Il tutto trasforma la comunicazione in propaganda. Così, la messa in scena, in senso goffmaniano, diventa essa stessa politica, con la diplomazia che si riduce a performance».

Alcuni analisti hanno parlato di una “dottrina Donroe”, come rielaborazione aggressiva della dottrina Monroe. Corretto?

«La definizione coglie un punto essenziale. La dottrina Monroe era difensiva; la sua versione trumpiana è espansiva e apertamente neoimperiale. Essa assume l’emisfero occidentale come spazio di legittima influenza statunitense, ma lo fa attraverso una logica muscolare, priva di qualsiasi cornice ideale, persino retorica. Trump si colloca allora sempre più vicino a modelli di leadership autocratica, assimilabili a quelli di Xi Jinping o, nondimeno, al sodale Vladimir Putin. Qui l’interesse nazionale diventa l’unico principio regolatore, e con esso si afferma una visione neopatrimoniale del potere, nella quale il confine tra sfera pubblica e interessi privati viene sistematicamente eroso».

Torniamo alla scena iniziale. Liam, cinque anni, arrestato dall’Ice, spesso percepito come un apparato di forza svincolato dalle garanzie ordinarie dello Stato di diritto.

«L’Ice è una materializzazione concreta di questa torsione autoritaria. Le sue modalità operative, giustificate da documenti interni e attuate da soggetti spesso graziati da Trump per l’assalto a Capitol Hill, mostrano una progressiva sospensione delle garanzie fondamentali: accessi in area privata senza mandato, confusione deliberata tra funzione di polizia e comportamento paramilitare. Peraltro questo si allinea con i fondamenti ideologici dei settori trumpisti più radicalizzati, per i quali lo Stato non è più un ordinamento giuridico, ma uno strumento di imposizione».

E in Italia, invece, poco se ne parla. Perché?

«Vi è, a mio avviso, una combinazione di sottovalutazione e convenienza. Tradotto: c’è, da un lato, una prossimità ideologica che induce a minimizzare e, dall’altro, una strategia di silenziamento comunicativo, fondata sull’illusione che l’assenza di attenzione mediatica possa neutralizzare la portata del fenomeno. L’apparato istituzionale americano è stato svuotato, il cosiddetto “deep state”, fondamentale equilibratore, neutralizzato, e il presidente si è circondato esclusivamente di figure accondiscendenti, i cosiddetti “yes man”».

Lei ha curato l’edizione italiana di Propaganda di Denis McQuail, libro più che mai attuale. Lì cita una dinamica interessante, ossia quando nel 2017 Kellyanne Conway introdusse l’espressione “alternative facts”. Siamo ancora in quella fase?

«No, siamo oltre. I fatti alternativi erano un tentativo di riformulare la menzogna, di costruire un campo semantico parallelo capace di sfruttare bias cognitivi e prossimità ideologiche. Oggi assistiamo alla costruzione di una vera e propria realtà alternativa istituzionalizzata in cui, appunto, collochiamo anche gli arresti selettivi dell’Ice. Si tratta non più solo di manipolazione discorsiva, ma di produzione materiale di un universo parallelo. Potremmo essere davanti a un punto di non ritorno».

Alcuni osservatori ritengono che questa radicalizzazione nella postura, evidente dall’operazione in Venezuela all’ICE, serva anche a distogliere l’attenzione dal caso Epstein.

«Può essere stato, il caso Epstein, un acceleratore, ma sondaggi d’opinione mostrano che il comportamento elettorale resta fortemente legato alle condizioni materiali: le promesse di riduzione dell’inflazione non sono state mantenute, mentre le élite economiche e le big tech hanno tratto vantaggio dall’attuale congiuntura, al contrario di quanto Trump aveva promesso. Ecco l’importanza delle elezioni di midterm: un cambio di maggioranza al Congresso potrebbe riaprire lo scenario dell’impeachment».

La politica italiana pare un po’in difficoltà sul prendere una posizione netta rispetto a tutto ciò.

«Trump funziona come una cartina di tornasole della politica italiana. Di fronte ad atti controversi, la maggioranza mostra fratture evidenti: la Lega oscilla tra imbarazzo per l’arresto di Maduro e adesione al Board of Peace, mentre Meloni ha scelto un allineamento sostanziale che non si concilia, però, in un’adesione al Board. Questa ambiguità non produce necessariamente una crisi di governo, ma rende manifesta una conflittualità latente. Sul versante opposto, il centrosinistra soffre una difficoltà strutturale: una tensione irrisolta di istanze ideologiche lo porta spesso a posizioni esterne incoerenti».

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