Gazzetta di Modena

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Solidarietà e odio social

Raccoglie i capelli da donare ai feriti di Crans-Montana: la parrucchiera Arianna bersaglio degli haters

di Ginevramaria Bianchi

	Arianna Sala, parrucchiera di Mirandola
Arianna Sala, parrucchiera di Mirandola

Sala, titolare del salone di bellezza Divina di Mirandola, ha aderito a una campagna pubblica di solidarietà: tante persone l’hanno sostenuta, ma non sono mancati gli attacchi. Lei replica: «Ferita da queste cattiverie, l’ho sempre fatto anche per i malati oncologici»

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MIRANDOLA. «Lo fai solo per visibilità», «Non serve a niente», «Ti intaschi i capelli e non li doni davvero». Quello che avete appena letto è solo un assaggio della marea di commenti che potrete trovare sotto un semplice annuncio social fatto da Arianna Sala, titolare del salone di bellezza Divina di Mirandola, che voleva semplicemente spiegare come donare i capelli alle vittime di Crans-Montana: requisiti, lunghezze, modalità. Niente di più. Ma quel post è diventato rapidamente un tribunale aperto, un luogo dove la solidarietà è stata messa sotto processo. Da giorni nel suo salone continuano ad arrivare persone e messaggi provenienti da tutta Italia, e non solo dalla nostra provincia, pronte ad aderire al progetto. Ma, insieme a loro, un’ondata di giudizi.

Sala, quando è iniziato questo incubo social?

«È iniziato da quando ho annunciato pubblicamente che avrei aderito a una campagna pubblica di solidarietà alle vittime di Crans-Montana. Di fatto, taglio i capelli a chi vuole donarli. Il servizio di taglio è gratuito, la piega anche. Poi, spedisco i capelli in Svizzera».

Chi può donare?

«Servono capelli dai 25 ai 35 centimetri di lunghezza e devono essere in buone condizioni. Preferibilmente non trattati, anche se l’importante è che siano sani, curati, utilizzabili. E anche chi ha una treccia tagliata anni fa che ha conservato e che rispetta le condizioni può donare. Al resto ci penso io, speditemeli in negozio».

Ha avuto tanta adesione?

«Sì, da ogni parte d’Italia e questo mi emoziona».

Veniamo però al tasto dolente: sui social la accusano di farlo per visibilità.

«Chi lo dice non sa conosce il dolore che si prova. Io ci sono passata e lo so».

Cosa significa sentirsi belli in un letto d’ospedale?

«Quando sei lì non ti interessa apparire: ti interessa riconoscerti allo specchio. I capelli non curano una malattia, ma aiutano a non sentirsi solo un corpo da curare».

Sui social leggiamo che c’è chi sostiene che bastino le parrucche sintetiche.

«Non è così: dopo un paio d’ore indossare parrucche sintetiche può provocare fastidi e irritazioni cutanee».

Dicono anche che i capelli non arriveranno alle vittime.

«Stiamo parlando di associazioni svizzere serie che stanno mobilitando un sacco di saloni di parrucchieri in tutta Europa. Suvvia…».

Qualcuno scrive che lo fa per riempire il negozio.

«Sarei davvero masochista visto che taglio e piega sono gratuiti, e non c’è nessun guadagno da parte mia... E poi, io ho sempre offerto il servizio per la donazione dei capelli per i malati oncologici».

Perché allora l’annuncio sui social?

«Per arrivare a più persone possibile: oggi viviamo attraverso i social».

Le pesa tutta questa esposizione?

«Le parole mi hanno ferita».

Cosa direbbe se dovesse rispondere con una sola frase ai suoi hater?

«Aiutare chi soffre e sta male, mi riporta a quando ho visto combattere una mia amica, malata di tumore. In lei ho visto una forza disumana, al punto che ha continuato, finché non è venuta a mancare a soli 38 anni, a prendersi cura di se stessa e degli altri. Persino di me. Per questo contribuire alla causa, anche solo con un paio di forbici, è un forte atto di umanità».