“Avvocato di strada”, i legali che non fatturano e difendono chi non ha nulla
Dal 2007 a Porta Aperta opera la rete di avvocati gratuiti: in centinaia qui trovano assistenza, tra perdita del lavoro e nuove fragilità
MODENA. Con una schiera di oltre mille avvocati, supera per numeri tutti gli studi legali italiani. Eppure è anche quello che fattura meno, anzi, praticamente nulla. Perché “Avvocato di strada” non fa altro che offrire una tutela giuridica gratuita ed organizzata a persone senza dimora. A chi, non potendosela permettere economicamente, sarebbe costretto a rinunciare alla difesa dei propri diritti. A chi spesso non riesce ad assicurarsi un pasto caldo, figuriamoci una consulenza legale o una causa.
Il fondatore
«Nel 2001 abbiamo presentato il progetto e siamo partiti in pochissimi. Ci contavamo sulle dita di una mano. Con il tempo sono arrivati tanti altri colleghi e colleghe», ha raccontato Antonio Mumolo, fondatore e presidente dell’organizzazione di volontariato. Dopo quasi 25 anni dalla nascita di Avvocato di strada a Bologna, gli sportelli si sono diffusi su tutto il territorio italiano, arrivando a essere presenti in 62 città: Milano, Torino, Roma, Napoli, Catania, Palermo, Cagliari e molte altre. Dall’aprile 2007 all’elenco si è aggiunta anche Modena, con una sede attiva presso l’associazione Porta Aperta. «All’epoca ogni anno si rivolgevano a noi tra i 40 e i 50 soggetti, numeri probabilmente dovuti al fatto che non si era ancora creata una rete tra gli enti locali e le realtà di volontariato».
A Modena
A raccontare la propria esperienza come responsabile dello sportello modenese è stata Francesca Pecorari, intervenuta martedì 27 gennaio nel corso di un incontro di presentazione del libro “Non esistono cause perse. Gli avvocati e la strada”, presso la libreria “Salvo Libri”, in dialogo con Mumolo, presente in qualità di coautore. Un’occasione per confrontarsi anche sui cambiamenti che stanno caratterizzando la realtà locale. Attualmente le cifre sono triplicate: tra le 150 e le 200 persone ricorrono ogni anno alla sede di “Avvocato di strada ospitata da Porta Aperta”. «L’aumento è stato drastico, soprattutto a causa della perdita del lavoro, un fenomeno evidente a partire dal periodo post-Covid. In molti hanno raggiunto una soglia di povertà tale da avere i presupposti per accedere allo sportello: persone senza dimora, che vivono in strada oppure accolte in un dormitorio». Li chiamavano “gli avvocati dei migranti”, quando la sede aveva iniziato ad accogliere i suoi primi “clienti”. Un’etichetta che, negli anni, l’arrivo di un’utenza molto più eterogenea ha contribuito a superare. «Gli italiani hanno preso coraggio», così come è accaduto per le donne, la cui presenza inizialmente era molto bassa. Si affidano all’organizzazione di volontariato con le problematiche più disparate, che spaziano dal diritto civile a quello penale o amministrativo. Vengono indirizzati da Porta Aperta o segnalati e inviati dal Centro Stranieri del Comune di Modena e dai servizi sociali, che non tralascia i territori delle Terre d’Argine e delle Terre dei Castelli. «Si è creata una rete anche a livello provinciale. Ci conoscono fino alla montagna. Ho visto utenti arrivare da Sestola, da Pievepelago e anche da Carpi». Quello modenese è un percorso iniziato su consiglio di Giorgio Bonini, direttore di Porta Aperta, nel 2007, che già conosceva la realtà di Bologna. «Facevo volontariato presso l’associazione, in mensa, insieme a un altro collega. All’epoca eravamo ancora praticanti avvocati», ha ricordato Pecorari. «Eravamo in quattro, oggi siamo circa 12 avvocati e abbiamo un segretario storico, ex giudice di pace di Modena». Si è instaurato un rapporto con il Dipartimento di Giurisprudenza di Unimore, grazie alla presenza di studenti che mettono a disposizione il loro tempo svolgendo il tirocinio.
I “clienti”
Coloro che si rivolgono ad “Avvocato di strada” sono clienti uguali a tutti gli altri. «Compilano il modulo sulla privacy esattamente come avviene in qualsiasi studio legale. Raccontano la loro vicenda e, se si tratta di una questione che deve essere affrontata in sede giudiziaria e quindi portata in tribunale, l’utente viene ricevuto direttamente nello studio dell’avvocato», ha spiegato Mumolo. La differenza dei clienti senza fissa riguarda soprattutto l’aspetto umano del rapporto con l’assistito. «C’è un’empatia diversa. Cerchiamo di fare in modo che queste persone si sentano protette, tutelate e che capiscano di non essere sole in quel momento. Poi la causa può avere mille sbocchi diversi: può andare bene oppure no. Oggi, a finire in strada può essere chiunque». Anche coloro che fino a sei mesi prima avevano una casa e un lavoro. «In Regione, in questo momento, ci sono 30 tavoli ai quali partecipano sindacati, aziende ed Emilia-Romagna, in cui si discute di centinaia di licenziamenti legati alla chiusura delle attività o alle delocalizzazioni». Il fallimento di un’impresa o il percepimento di una pensione troppo bassa per riuscire a pagare l’affitto: essere senza fissa dimora significa soprattutto questo. «C’è il migrante che, per un qualsiasi motivo, ha perso il posto di lavoro e quindi il permesso di soggiorno, ma sono tantissime anche le persone che conducevano una vita “normale” fino a poco tempo prima».
