Danno un passaggio a un collega e lui li accusa di sequestro di persona: assolti
La presunta vittima si lanciò dal furgone su cui erano a bordo rompendosi il polso, ma la sua ricostruzione dei fatti è stata valutata dal giudice incoerente
CASTELFRANCO. Erano finiti a processo con accuse pesantissime, tra cui quella di aver caricato un collega su un furgone e di averlo sequestrato sotto minaccia. Ma dopo due anni di dibattimento, il tribunale di Bologna li ha assolti da ogni imputazione. Si è conclusa con una sentenza pienamente assolutoria la vicenda giudiziaria che vedeva imputati un uomo di 51 anni e una donna di 42, residenti a Castelfranco, chiamati a rispondere di sequestro di persona, minaccia grave, lesioni personali colpose gravi e porto ingiustificato di coltello.
L’accusa
La donna era impiegata in un’azienda di Marzabotto e il compagno, come di consueto, la raggiungeva all’uscita dal lavoro. Proprio in questo contesto si inserisce la denuncia presentata da un collega della donna, cittadino originario del Bangladesh, che si era rivolto ai carabinieri sostenendo di essere stato convinto a salire sul furgone della coppia e poi trattenuto contro la propria volontà. Nel suo racconto, l’uomo aveva riferito di essere stato minacciato con un coltello di grandi dimensioni e di aver temuto di essere condotto verso le colline della zona. Sempre secondo la prospettazione accusatoria, per sottrarsi alla situazione la persona offesa avrebbe aperto la portiera del veicolo e si sarebbe lanciata mentre il mezzo era ancora in movimento, riportando conseguenze fisiche significative. Tra queste, una frattura al polso destro, con una prognosi complessiva di 45 giorni. Il giorno successivo, l’imputata avrebbe poi riconsegnato al datore di lavoro il portafoglio dell’uomo, rimasto all’interno del furgone.
La svolta nel processo
Con l’avvio del dibattimento, però, il quadro è andato progressivamente modificandosi. La persona offesa è stata sentita in aula con l’ausilio di un interprete e la sua versione dei fatti ha mostrato nel tempo diversi profili di fragilità. Il racconto ha evidenziato incertezze e oscillazioni in merito ai tempi del percorso, alla sequenza degli eventi e alla presunta comparsa del coltello, rendendo complessa una ricostruzione lineare dell’accaduto. Sono emerse inoltre difficoltà significative nel collocare con precisione su mappa i luoghi centrali dell’episodio e nel mantenere una sequenza coerente degli avvenimenti, elementi che hanno inciso in maniera rilevante sull’attendibilità complessiva della tesi accusatoria.
La difesa
«Come difesa abbiamo evidenziato una lunga serie di incongruenze tra le versioni, mettendo in luce come la ricostruzione della persona offesa non reggesse su dati stabili e verificabili: abbiamo fatto emergere oltre trenta contraddizioni, dalla difficoltà nel collocare luoghi e percorso, fino alle continue oscillazioni sul momento in cui sarebbe comparso il coltello», hanno dichiarato i difensori di fiducia degli imputati, gli avvocati Roberto Ghini e Alessandro Morselli. Di segno opposto la versione fornita dagli imputati, che hanno sempre sostenuto una ricostruzione ritenuta coerente: un semplice passaggio richiesto in ambito lavorativo, un malinteso anche legato a difficoltà linguistiche, il traffico che avrebbe impedito di fermare immediatamente il veicolo e, infine, il gesto improvviso della persona offesa, che avrebbe aperto la portiera e sarebbe scesa dal mezzo mentre questo procedeva a velocità molto ridotta. Da qui la decisione del tribunale di Bologna, che ha assolto entrambi da tutti i capi d’imputazione con la formula “perché il fatto non sussiste”.
