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La testimonianza

«Privato della mia passione solo perché ho un tumore»

di Daniele Montanari
«Privato della mia passione solo perché ho un tumore»

Il calvario di Fiorentini dopo l’intervento dei carabinieri di Pavullo. Voleva rinnovare il porto d’armi per poter andare ancora a caccia

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PAVULLO. «Privato della mia passione di una vita. La mia colpa? Essermi ammalato di tumore».

È una storia che fa pensare quella che arriva da Pavullo da Gianfranco Fiorentini, 73 anni, persona conosciutissima sul territorio, che ha lavorato tutta la vita per il Comune, a contatto con la gente. Prima per vent’anni come autista dello scuolabus, poi fino alla pensione come agente di polizia Locale. A marzo 2025 gli è stato diagnosticato un tumore, e da allora sta lottando con tutte le sue forze per guarire. Ma lo spirito è stato fiaccato nel profondo da una vicenda subentrata alla malattia che lo ha riempito d’amarezza. Ma che vuole rendere nota «perché non capiti ad altri».

Gianfranco, com’è iniziato tutto?

«A marzo 2025 mi hanno diagnosticato una forma tumorale molto aggressiva, che mi ha tenuto tre mesi in ospedale. Le cure però hanno fatto effetto, e a giugno mi sentivo meglio. A giugno mi scadeva il porto d’armi necessario per mantenere la licenza di caccia. È sempre stata la mia unica passione, ereditata da mio padre. E poi volevo tenere nella legalità i miei fucili, alcuni ricordo del papà, col valore affettivo che ne consegue. Il 5 giugno sono andato dal mio medico di famiglia, che mi conosce da 30 anni, per farmi visitare per avere il certificato anamnestico e poter richiedere il rinnovo del porto d’armi. Sapeva bene della mia patologia: mi ha visitato con cura e ha concluso che avevo tutti i requisiti per il certificato. Preciso che il Decreto ministeriale del 28 aprile 1998 non indica la patologia tumorale come ostativa al rilascio del certificato. Basta avere idonee condizioni psicofisiche, e io in quel momento le avevo. Il 13 giugno sono quindi andato dal secondo ufficiale medico per l’altra visita necessaria, e anche lui mi ha trovato perfettamente idoneo. Ero felicissimo: il 23 giugno ho presentato i documenti in caserma a Pavullo».

Tutto bene, e poi?

«Il 18 luglio alle 20.20 di sera mi vedo arrivare a casa tre carabinieri della stazione di Pavullo. Mi si è gelato il sangue: a quell’ora pensavo fosse per comunicarmi una disgrazia a un famigliare. Chissà i vicini cosa avranno pensato di me, vedendo quel dispiegamento di forze… Ho detto ai carabinieri: “Venite pure avanti, prego”. Non mi hanno risposto. Mia moglie ha aperto la porta e uno di loro ha messo un piede in mezzo alla porta per impedirne la chiusura, come si fa con i delinquenti. Poi mi ha detto che erano lì per ritirarmi tutte le armi perché la questura aveva richiesto una visita straordinaria per il rinnovo. “Sa, lei è un malato grave di tumore, ha delle metastasi” mi ha detto un carabiniere, così in faccia.

Mi sono venute le lacrime agli occhi: “Ma come fa lei a sapere questa informazione sensibile sul mio stato di salute – gli ho detto – che tengo in famiglia? Io sarò anche malato di tumore, ma sto lottando con tutte le mie forze, e voglio guarire”. Hanno detto che dovevano ritirarmi le armi con urgenza ai sensi dell’articolo 39 del Tulps, e me le hanno tolte. Togliere le armi a un cacciatore è come togliere la chitarra a un musicista. Mi sono sentito crollare il mondo addosso».

E poi cos’è successo?

«Ho chiesto al mio medico, e mi ha detto che il 25 giugno era stato convocato in caserma, dove i carabinieri della stazione gli avevano chiesto un’integrazione al suo certificato in cui specificava che ero malato di tumore. Una specifica non richiesta dal decreto del 1998, una cosa che non gli era mai capitata in 43 anni di carriera: era la prima volta che le forze dell’ordine mettevano in dubbio un suo certificato anamnestico. I carabinieri della stazione hanno quindi inviato l’integrazione in questura, con anche loro considerazioni sul fatto che era pericoloso rinnovarmi il porto d’armi, mettendo in dubbio, loro, la mia idoneità psicofisica. Ecco perché la questura aveva chiesto la visita in più: non poteva fare altrimenti.

Il medico, ho detto, è stato chiamato in caserma il 25 giugno. I militari pur rilevando in quella sede la supposta pericolosità, che richiede procedure d’urgenza, hanno proceduto al sequestro armi il 18 luglio, motivandolo con urgenza. Venti giorni dopo».

Ma la visita straordinaria in commissione poi l’ha fatta?

«Il trattamento che ho ricevuto mi ha fatto precipitare in uno stato di tristezza e angoscia: io che sono sempre stato ligio al dovere, pubblico ufficiale con onore fino alla pensione, trattato in quel modo… Mi ha consumato dentro, questa cosa. La vigilia della visita mi è venuto un attacco di polmonite che mi ha tenuto in ospedale tre settimane. Guarito, sono andato a fare la visita: ho superato tutti i test psicofisici, la commissione mi ha detto che sulla base di quello ero idoneo, ma alla luce delle considerazioni che avevano ricevuto dai carabinieri non potevano rilasciami l’idoneità. Non è ancora finita: il 20 gennaio scorso i carabinieri della stazione mi hanno notificato un atto arrivato su loro richiesta in cui la Prefettura dispone per me un divieto di detenzione di armi. Come si fa per la gente pericolosa, o i delinquenti. Dopo avermi già tolto permesso e armi, anche questa umiliazione».

Cosa pensa di fare?

«Questa storia mi ha fatto quasi più male del tumore. Io voglio guarire, e riprovare a chiedere il rinnovo. Sulle considerazioni dei carabinieri sul mio stato psicofisico non suffragate dal medico, mi sono trovato costretto a fare denuncia. Ho voluto rendere nota la mia storia perché non capiti ad altri di subire un trattamento così umiliante solo perché hai un tumore. Io ho sempre amato l’Arma, e creduto profondamente nei suoi valori di solidarietà e vicinanza umana, quelli che hanno portato il nostro capitano Pepe pochi giorni fa, come ho letto sul giornale, a fare una bellissima donazione di alimenti alla parrocchia. Ma se ci sono singoli militari che trattano le persone fragili in questo modo, è giusto che si sappia. E che chi di dovere valuti». 

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