Borsellino ai giovani: «Libertà è lotta, mai voltarsi dall’altra parte»
Quattrocento studenti all’evento sulla lotta alle mafie organizzato dal Guarini al Cinema Arena con Salvatore, fratello del magistrato Paolo, collegato da remoto e Alessio Cordaro, figlio di Lia Pipitone, in sala: «Guai scendere a compromessi sulla legalità»
MODENA. «Qualcuno possa far sentire “il fresco profumo di libertà e soppiantare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità”, perché è lì che si annida la vera forza della mafia: in chi volta la testa dall’altro lato, in chi dice che non è affar suo». Salvatore Borsellino, citando le parole del fratello Paolo, ha affidato ai giovani che affollavano la sala del Cinema Arena la propria speranza. Ieri mattina, in collegamento con quasi 400 studenti delle classi quarte e quinte dell’Istituto Guarini e di altre scuole della provincia, ha portato la sua testimonianza nell’ambito dell’incontro “Verità e giustizia. Ascoltare e riflettere per conoscere, comprendere e contrastare le mafie”. «I fatti di via d’Amelio sono stati una strage di Stato». Suo fratello aveva scelto di combattere una guerra contro un avversario dichiarato, ma «il fuoco che lo ha stroncato insieme alla sua scorta non arrivava dal nemico: lo ha colpito alle spalle chi avrebbe dovuto lottare al suo fianco». L’iniziativa, resa possibile grazie alla collaborazione con il gruppo Mauro Rostagno del Movimento Agende Rosse di Modena e al patrocinio del Comune, è stata moderata da Davide Berti, direttore della Gazzetta di Modena. A intervallare i momenti di confronto alcuni brani a tema – tra cui “I cento passi”, dedicato a Peppino Impastato – eseguiti dal cantautore Stefano Bellotti (Cisco). Nel corso dell’evento, il binomio libertà e criminalità organizzata ha rappresentato il filo conduttore tra la storia di Paolo Borsellino e quella di Lia Pipitone.
Il figlio di Lia Pipitone
La vicenda di Lia è segnata fin dall’infanzia da quattro mura troppo strette e da una mentalità mafiosa simile a una gabbia. «Non le è concesso stabilire cosa dire o pensare, con chi interloquire, cosa indossare». Dopo la perdita della madre vive con la zia, a pochi passi da un’edicola. Le pagine dei giornali e delle riviste che acquista diventano la sua prima finestra sul mondo. Lia chiede al padre di poter studiare, convinta che l’istruzione possa renderla libera. «Vuole frequentare il liceo artistico: luogo di perdizione. A scuola è galeotta una matita», scambiata con Gero. Una fuitina d’amore, poi il matrimonio, la nascita del figlio Alessio. E ancora la frequentazione con il cugino Simone Di Trapani. Quando comunica la decisione di lasciare Palermo e separarsi dal marito, si sente rispondere dal padre Antonino, boss del quartiere Acquasanta, federato di Riina e di Provenzano: «Meglio una figlia morta che separata». Lia viene uccisa 25 anni con il consenso paterno dai mafiosi, che inscenano una rapina. A ricordarla è stato il figlio Alessio Cordaro: «Per tanto tempo sono stato arrabbiato con la memoria di mamma. “Perché non hai tirato i remi in barca? Perché non sei scappata?”. Me lo chiedevo da un punto di vista egoistico. Il suo lottare contro suo padre mi ha privato di una madre. Ma ha messo in gioco la sua vita affinché suo figlio fosse libero. L’insegnamento più grande che mi ha lasciato è di non mollare, di non scendere mai a compromessi». Una riflessione nata dall’interrogativo di Sara, studentessa di quarta del Guarini: «Se Lia potesse parlare a noi ragazzi, cosa direbbe?». Una domanda tra i diversi interventi che si sono susseguiti dopo il dialogo introduttivo, toccando anche il tema della paura. «Il mio timore non era che venissero a cercarmi o di trovarmi faccia a faccia con loro. Era la società civile. Portando il cognome di mio padre, tranne una cerchia ristretta di amici, in pochi sapevano quale fosse la mia famiglia materna. Pensavo che, in seguito alla pubblicazione del libro in cui si racconta la storia di Lia, per la gente comune sarei diventato il nipote del boss. Invece non è stato così».
Il fratello di Paolo Borsellino
Giovanni, studente di quinta, ha chiesto a Borsellino come avesse reagito alla perdita del fratello: «Nascondendo il dolore e sostituendolo con la rabbia, con la voglia di verità e di giustizia. Il giorno dopo la strage nostra madre chiamò i figli che le restavano e ci disse che da quel momento saremmo dovuti andare ovunque ci avessero chiamato, per non far morire il sogno di Paolo», ha ricordato. «Ci sono bombe che distruggono città e sterminano un intero popolo, ma una che uccida l’amore non riusciranno mai a inventarla Per questo il sogno di Paolo, che era soltanto un sogno d’amore, non potrà mai morire». Anche quando è consapevole che l’esplosivo destinato a ucciderlo è arrivato a Palermo, la mattina del 19 luglio scrive ai ragazzi di un liceo di Padova, in una lettera rimasta incompleta: «Sono ottimista perché vedo che verso la criminalità mafiosa i giovani, siciliani e no, hanno oggi un’attenzione ben diversa», ha aggiunto Borsellino, riferendosi alle parole del fratello. «Ma che cos’è l’ottimismo di una persona che sa di stare per sacrificare la propria vita? Sperava nei giovani. È come se morendo passasse loro il testimone della sua corsa che stava per interrompersi».
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