Gazzetta di Modena

Modena

Caterina, l’ostetrica influencer con l’hijab che smonta i pregiudizi: «Il sesso nell’islam non è un tabù»

di Ginevramaria Bianchi

	<strong>Caterina Tenisci</strong>
Caterina Tenisci

Quando un camice bianco sfida i pregiudizi: così Caterina Tenisci aiuta le ragazze e le madri musulmane modenesi a trovare il benessere

4 MINUTI DI LETTURA





MODENA. Camice bianco, hijab e 40mila follower. A 26 anni, Caterina Tenisci ha trasformato l’ostetricia in un racconto social fatto di mestruazioni spiegate bene, dolore nei rapporti affrontato senza imbarazzi e piacere femminile rivendicato come diritto, diventando un punto di riferimento per migliaia di giovani ragazze appartenenti alla comunità musulmana. Nata a Pescara, formata a Torino, oggi vive a Modena, e ha uno studio a Castelnuovo Rangone. Tre anni fa si è convertita all’Islam e, da allora, ha scelto di parlare di sessualità anche dentro le moschee, smontando tabù culturali e falsi miti religiosi. Le chiedono se un tampone “fa perdere la verginità”. Le raccontano matrimoni vissuti nel dolore. A volte, è capitato persino che volessero un certificato di verginità. «Non confondiamo religione e cultura», ci ripete durante l’intervista. E lo fa con conoscenze scientifiche e spirituali alla mano.

Dottoressa Tenisci, lei ha uno studio nella nostra provincia. Ma è modenese?

«No, sono nata a Pescara. Ho studiato e lavorato a Torino, dove mi sono laureata in ostetricia nel 2022. Nel 2024 mi sono trasferita a Modena, dove vivo, e ho aperto uno dei miei studi a Castelnuovo».

Perché ha scelto Ostetricia?

«Fin da piccola ero affascinata dall’ambito sanitario. Volevo essere “quella che fa nascere i bambini”. I miei genitori spingevano per medicina: feci il test per entrambe le facoltà, entrai in tutte e due, ma scelsi ostetricia. Era la mia strada».

Quando nasce la divulgazione sui social?

«Già durante l’università. All’inizio parlavo a studenti: consigli su esami, tirocini, vita universitaria. Ma dopo la laurea ho iniziato una divulgazione scientifica vera e propria, perché mi sono accorta che noi donne sappiamo pochissimo su come funzionano sessualità e mestruazioni».

Poi arriva la conversione all’Islam. Quando e perché?

«Mi sono avvicinata all’Islam nel 2021, vivendo a Torino, dove c’è una comunità islamica molto integrata che organizza iniziative aperte a tutti, come le giornate di moschea aperta. Ho studiato per due anni, e poi mi sono convertita. Questo percorso si è intrecciato con la mia professione parlando con tante donne musulmane: vedevo lacune enormi, dovute alla confusione tra cultura e religione».

Spesso, infatti, si associa l’Islam a una visione restrittiva della sessualità. È davvero così?

«Come tutte le religioni, l’Islam regolamenta la sessualità: è prevista all’interno del matrimonio. Questo è il limite. Ma nel matrimonio il sesso non è visto come qualcosa di vergognoso, anzi. È considerato un atto importante per la coppia, perfino un’adorazione».

Ad esempio?

«Stando a ciò che dice la religione, entrambi i coniugi devono trarne beneficio. È ammessa la contraccezione: segno che la sessualità non è solo procreazione, ma anche piacere e intimità. E poi, una donna può chiedere il divorzio anche per insoddisfazione sessuale».

Perché in molte comunità resta un tabù?

«Per motivi culturali: in molti paesi musulmani il problema è l’assenza di educazione, non il testo religioso. Ma succede anche in Italia: pensiamo alle polemiche sull’educazione sessuale a scuola…».

C’è qualche richiesta che si è rifiutata di assecondare?

«Per scelta non rilascio certificati di verginità. Perché, pur essendo richiesti spesso all’interno del mondo islamico, non hanno alcun fondamento religioso né scientifico. La castità prematrimoniale nell’Islam è richiesta in egual modo a uomo e donna. Se è così, come può esistere un parametro biologico solo per la donna? Inoltre, l’imene può lesionarsi per mille motivi non legati ai rapporti sessuali. Mi ha colpito che certe richieste arrivassero anche da donne istruite e socialmente affermate. Ma so che è la pressione culturale a pesare».

Che cosa succede dopo questi “test”?

«A volte ragazze vergini vengono ripudiate perché non hanno sanguinato la prima notte di nozze. Altre vivono nel terrore. Molte mi confidano di non sentirsi in grado di opporsi. Quando vado nelle moschee a parlarne, tante giovani mi dicono: “Noi lo sappiamo, ma deve sentirlo anche mia madre”. E spesso tornano con le mamme all’incontro successivo».

Quali sono le domande più frequenti?

«Se possono usare l’assorbente interno restando vergini. Se è normale provare dolore nei rapporti. Sulle mestruazioni, poi, persistono falsi miti: c’è chi pensa ancora di non doversi lavare o di non poter fare sport durante il ciclo».

Il piacere femminile trova spazio nei suoi incontri?

«Sempre di più. Molte ragazze si sposano convinte che il sesso debba essere piacevole solo per l’uomo. Alcune madri hanno trasmesso l’idea che una donna che prova piacere sia “poco di buono”. Io riporto ciò che dice la religione: è il contrario. Il piacere è un diritto reciproco».

Che futuro sogna per l’educazione sessuale nelle comunità musulmane in Italia?

«Che si inizi anche dagli uomini. Gli incontri sono quasi sempre solo femminili. Serve il coraggio di parlarne in contesti misti o la presenza di figure maschili competenti. E sogno che ci siano sempre più professionisti pronti a fare divulgazione: ce n’è un bisogno enorme».

E che messaggio lancia alle giovani donne che vivono la sessualità con vergogna?

«Ribellatevi. La storia ci insegna che quando le donne chiedono cambiamento, il cambiamento arriva. Riappropriamoci di ciò che è nostro. La sessualità è qualcosa di meraviglioso: deve essere consensuale, rispettosa e serena. Non colpevole».