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L’iniziativa

Imprenditori, artisti, doppiatori: storie professionali e di vita che mettono Modena al centro

di Ginevramaria Bianchi e Gabriele Molteni

	Il debutto di Modena Talks a Casa Ciao
Il debutto di Modena Talks a Casa Ciao

Dal tatuatore Alle Tattoo al ristoratore Tommaso Zoboli. E poi il doppiatore Ruggero Andreozzi, l’illustratrice Lilybris e l’imprenditrice Ylenia Raimondi: ecco i primi cinque ospiti dei live podcast di Modena Talks

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MODENA.  Dal tatuatore Alle Tattoo al ristoratore Tommaso Zoboli. E poi il doppiatore Ruggero Andreozzi, l’illustratrice Lilybris e l’imprenditrice Ylenia Raimondi. Cinque volti, cinque personaggi, cinque storie da scoprire. Ognuna diversa, ma parlano la stessa lingua. O meglio hanno lo stesso accento, quello modenese. Li hanno intervistati i giornalisti della Gazzetta di Modena Gabriele Canovi, Manuel Marinelli, Ginevramaria Bianchi, Giovanni Gualmini e Stefano Aravecchia a Casa Ciao in occasione del lancio dei primi live podcast di Modena Talks, in occasione dell’evento a Casa Ciao “100mila volte Gazzetta di Modena” per festeggiare questo traguardo raggiunto dal nostro profilo Instagram. Insomma, abbiamo cercato di restituire alla città e ai modenesi anche solo un decimo del sostegno che abbiamo ricevuto in questi anni. Le interviste, per chi non fosse riuscito a partecipare, saranno presto disponibili anche su Spotify, con alcuni estratti che verranno anche pubblicati sul nostro profilo Instagram. Chiacchierate interessanti da cui sono emersi spunti variegati, della vita professionale e privata, di questi cinque personaggi noti non solo nel panorama modenese ma nazionale, grazie anche alla spinta dei social che è stata il leitmotiv dell’intera giornata. Le porte erano aperte, siete venuti a trovarci in tanti e vi ringraziamo per il vostro tempo, cari lettori. L’augurio è di vedervi presto ai prossimi eventi della Gazzetta che, statene certi, non mancheranno nei prossimi mesi.

1. Tommaso Zoboli

Ha da poco aperto l’hamburgeria Patty in Canalchiaro ed è conosciuto per i menù a tema e lo staff under 25 del ristorante Patrizia ma, nonostante ciò, Tommaso Zoboli si ritaglia comunque un momento per sedersi con i ragazzi di Scuola 2030.

È lui ad aprire i talk della giornata dedicata ai 100 mila follower sulla nostra pagina Instagram, e lo fa senza distanza, partendo da sé. Così rompe il ghiaccio. «Avevo la vostra età quando ho iniziato a capire che la cucina sarebbe stata la mia strada», ha raccontato. Non una lezione, piuttosto una confidenza. Perché subito aggiunge: «Non serve avere tutto chiaro. Non temete se non sapete ancora cosa fare da grandi: io ho avuto solo la fortuna di capirlo presto».

Il suo percorso lo ricapitola lì, davanti alla platea: nel 2018, a 17 anni, lo stage da Bottura; poi il lavoro, le scelte, la sua città natale che resta il punto fermo: Modena. «Aprire altrove sarebbe stato facile, ma non era quello il senso… Avrei davvero potuto farlo ovunque, ma ho voluto omaggiare la mia città, che mi aveva dato così tanto».

E dietro al nome Patrizia c’è una radice ancora più profonda, privata: «È un omaggio a mia mamma, venuta a mancare nel 2017: senza di lei questa passione non sarebbe mai nata». Da quella stessa spinta nasce anche l’hambugeria Patty in corso Canalchiaro, l’idea condivisa con altri due ragazzi – Leonardo Alberghini e Luca Bellei – per riportare energia nel centro storico. Non sono mancate le critiche, anzi. «Sì, ho letto commenti negativi: dicevano che non ne potevano più di posti dove mangiare». Ma la sua risposta non passa dalla polemica, bensì dai numeri: «Io penso che bisognerebbe essere felici di tre giovani che aprono un’attività e si mettono in gioco. E poi, il giorno dell’apertura abbiamo riempito il centro con centinaia di ragazzi durante un normalissimo martedì sera. Non è una cosa bella?», ha incalzato.

2. Cecilia Roda (Lilybris)

Seconda ospite della mattinata è stata Cecilia Roda, conosciuta in arte come Lilybris, entrata con passo lieve e voce timida nell’ex Cinema Cavour, ma che, dopo giusto qualche frase, ci ha messo poco a far capire che dietro i suoi disegni minimalisti e al suo lavoro in generale c’era un mondo intero.

Illustratrice modenese, quasi 250mila follower su Instagram, ha trasformato gli “omini” stilizzati nati per gioco in un linguaggio riconoscibile, capace di raccontare emozioni complesse con linee essenziali. «Faccio illustrazioni di emozioni», ha detto sorridendo, arrossendo appena. Ma partiamo dal principio.

Il nome Lilybris, ha raccontato, «nasce per caso ma non troppo: un omaggio a Lily Briscoe, artista di Gita al faro, il romanzo di Virginia Woolf che mi aperto un universo». Da lì un alter ego, una “omina” attraverso cui filtrare amore, diritti, uguaglianza. «Tutto è iniziato otto anni fa — ha spiegato — tra post-it lasciati in casa e autoritratti stilizzati che mi aiutavano a rendere semplici cose complicate. Poi, ho scelto di renderli pubblici piano piano. All’inizio non tutti capivano — ha proseguito —. Quel tratto infantile, quelle parole nude. Ma col tempo le persone hanno imparato a riconoscersi».

Un linguaggio adattato agli schermi, ma mai piegato: leggerezza come chiave, ma mai superficialità. Come? «Rendere leggeri i temi difficili, forse, è proprio il mio segreto. Anche se alcuni restano duri, tabù resistenti che richiedono ancora delicatezza», ha risposto. Sui social, però, non idealizza: «Servono spazi sicuri, ma anche educazione, ascolto, responsabilità condivisa: perché sui social tutti siamo bersaglio. Persino io ho degli hater. Mi hanno scritto che faccio disegni che potrebbero benissimo fare dei bambini; alcuni addirittura ne criticano i contenuti dicendo che vado per frasi fatte. Ma poi, quando leggo che ci sono persone che riescono a comprendere ciò che provano attraverso il mio lavoro, o che addirittura li aiutano, ecco: lì capisco perché lo faccio. E ricomincio», ha concluso.

3. Ruggero Andreozzi

È emozione la parola che riassume l’intervento del doppiatore Ruggero Andreozzi. Durante la sua intervista è stato subito chiaro come il desiderio di emozionare il pubblico utilizzando la sua voce sia sempre stato il motore che lo ha spinto nella sua professione. «Da piccolo la mia grande passione era la musica – ha raccontato – tanto che a Carnevale mi vestivo da Alberto Camerini e, per questo, ai miei genitori avevo sempre detto che nella vita avrei voluto lavorare nel mondo della musica o comunque lavorare con la voce».

È proprio questa sua consapevolezza che lo ha portato a lavorare prima in radio e poi nel mondo del teatro e del doppiaggio. «Al secondo anno di università, dopo aver svolto un’idoneità di inglese, invece di tornare a casa mi sono attaccato al campanello di Modena Radio City. Ho fatto un provino e inizialmente mi dissero che era andato molto male, ma poi, con l’allenamento, sono riuscito a prendere il posto di Carlo Savigni. Dopo quell’esperienza è arrivata Radio Bruno e da quel momento ho capito che non avrei mai voluto lavorare in ufficio. Mi sono iscritto quindi ad un corso di teatro a Milano in cui era compreso anche il doppiaggio».

Le città del doppiaggio italiano sono, inevitabilmente, Roma, Milano e Torino, ma Andreozzi ha scelto, andando controcorrente, di restare nella sua Modena. «Sono rimasto a Modena perché... sono un folle. Ho fatto tre anni a Milano ma poi me ne sono andato perché non sentivo la città come mia. Quando devo passare dei giorni a Roma invece alloggio nei paesi limitrofi perché non amo le megalopoli. Per questo ho scelto di rimanere a Modena, anche perché, diciamocelo, è una città in cui si sta bene». Non è mancato anche un appello ai più giovani che vogliono seguire le sue orme. «Oggi l’intelligenza artificiale sta un po’ schiacciando tutto. Io credo molto nelle nuove generazioni e l’invito che faccio è quello di non farsi schiacciare dalla tecnologia ma di usarla a proprio favore».  

4. Ylenia Raimondi

Coniugare tradizione e modernità. Creare un forno che riesca ad unire la sensazione di casa e di artigianalità che ha contraddistinto le botteghe del passato e l’efficienza e il dinamismo dei tempi moderni. È questa l’idea alla base di “Radici Urbane”, raccontata da Ylenia Raimondi, cofondatrice del progetto.

«Volevamo far dialogare il passato e il presente. La bottega di una volta era casa, dove tutti si conoscevano. Il cuore del nostro progetto è proprio riproporre questa idea di casa, per questo a tutti i clienti offriamo il caffè con la moka».

Un approccio che, inizialmente, non era stato capito. «All’inizio c’era una sorta di diffidenza con i primi clienti, come se si immaginassero di essere fregati. Questo probabilmente perché non siamo abituati a ricevere qualcosa di gratis. Poi col tempo si sono abituati e ora i clienti che vengono spesso prendono il caffè anche prima di ordinare». Fondamentale per “Radici Urbane” è la materia prima che viene selezionata con cura. «Noi abbiamo deciso di dare molta importanza alla materia prima. Utilizziamo grani italiani e, quando possibile, della zona, ad esempio usiamo grani antichi di Fogliano. La scelta dei grani antichi comporta tecnica, ricerca e pazienza perché hanno esigenze diverse e quindi serve meno velocità di quella che si utilizza adesso».

Non a caso il loro motto è “Bread is not a trend”, ovvero il pane non è una moda. «È uno slogan nato casualmente e ci siamo accorti che è realmente il riassunto di quello che vogliamo rappresentare, perché il pane è memoria e volevamo dargli il rispetto che merita. Alcuni nostri prodotti sono effettivamente dei trend, ma per il pane abbiamo voluto puntare sulla semplicità e sulla qualità».

Ora per molti modenesi “Radici Urbane” è un punto fermo. «Molti giovani hanno travato in noi un posto dove stare bene e dove sentirsi a casa. Non ci aspettavamo era di attirare anche persone con una età più avanzata; invece, siamo riusciti a catturare generazioni anche molto diverse tra di loro».

5. Alle Tattoo

È stato l’ultimo ospite del Modena Talks “Alle Tattoo”, tatuatore di Limidi che ha raccontato il suo amore per l’arte che, unito al suo spirito imprenditoriale e ad un team di cui si fida, lo ha portato ad essere uno dei più famosi al mondo nel suo campo. Nel corso della sua carriera ha fatto di tutto: scritto 7 libri, aperto un museo ed è finito per 14 volte nel “Guinnes World Records”. «Mi definirei funambulo perché sono sempre stato ispirato dai pazzi come Philippe Petit, l’uomo che ha attraversato le torri gemelle su un filo- ha spiegato- Mia mamma è stata una delle prime disegnatrici per la Panini, in casa abbiamo sempre respirato l’arte e io l’ho declinata nel mondo del tatuaggio. Ho incominciato nel modo peggiore possibile, senza una reale evoluzione, poi, quando ho capito che sarebbe potuto diventare un lavoro, ho iniziato ad utilizzare la testa».

Oltre al campo artistico per “Alle Tattoo” è sempre stato fondamentale l’aspetto imprenditoriale del suo lavoro. «Capisci di essere arrivato quando gli affari vanno bene, riesci ad aprire uno studio e poi inizi un percorso imprenditoriale». Il mondo del tatuaggio sta vivendo un’età dell’oro, ma non è sempre stato così: «Il tatuaggio ha più di cinquemila anni di storia e ha avuto tante evoluzioni. Un sogno nel cassetto? Sono ambizioso, mi piacerebbe tatuare nello spazio – ammette ridendo – sarebbe un progetto interessantissimo, anche da raccontare».

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